LA MADONNA D'IMBEVERA

L'esame dei luoghi e alcuni storici riscontri convincono che, sedici o diciotto secoli fa, quel tratto della Brianza che chiamasi il Pian d'Erba e le bassure circostanti erano occupate da un lago, chiamato l'Eupili, il quale, alimentato dagli scoli delle montagne, per la Valmadrera doveva comunicare con quello di Lecco e coll'Adda; e versavasi pel Lambro, di cui basta osservare il letto per accertarsi come un tempo corresse più ricco di acque. A foggia d'isole o penisole qui e qua sporgevansi in asciutto alcuni dossi, sui quali erano fabbricati villaggi e casali, i cui abitatori campavano pescando nei luoghi, dove i loro discendenti oggi fendono colla marra le gratissime glebe.

Quando e come questo lago sparisse, mal si potrebbe dire: nè qual violenta crisi abbia sollevato il suolo così, da interrompere la comunicazione con quello di Lecco, e sprofondatolo in alcune parti per modo che, ivi raccogliendosi le acque dapprima diffuse, venissero a formarsi i laghetti di Pusiano, di Annone, di Alserio, lasciando in secco il restante. Chi dalle effimere fatture dell'uomo, somiglianti alla crisalide che il baco sospende al ramo e che domani la pioggia scarmiglierà, si compiace voltare lo sguardo alle meraviglie della natura e leggerne sulla faccia della terra gli stupendi rivolgimenti, troverà ad ogni passo le prove di questo fatto; ma verun cenno non ne fu conservato nè dalla storia nè dalla tradizione. Invasioni di feroci stranieri, muta pressura di superbi dominatori, tenevano allora l'uomo avvilito e minor di sè, tanto occupato dalla nequizia dell'ora presente, che non pensava nè a rivangare il passato, nè a provvedere alla memoria degli avvenire.

Disperso o ristretto l'Eupili, la parte più elevata di quel che già era letto del lago si convertì presto in campagne, la cui cultura diede essere ed occupazione ai grossi villaggi, onde oggi quel piano è distinto: le bassure rimasero paludi, ove, qualvolta la stagione corresse piovosa, l'acqua tornava a riprendere il suo dominio, siccome una cattiva consuetudine che a volta a volta rifiglia colà d'onde fu male sbarbicata. Sempre poi non verdeggiavano che di cannucce e di càrice ingrata, ove la nuda ghiara non ingombrasse così, da dar luogo appena ad ispidi vètrici e ad ingrate scope.

Pochi di quei luoghi durano tuttavia in sì abbietta apparenza: altri, a memoria de' più giovani, furono ridotti a pioppeti, a prati, a colti; più assai nel secolo passato sentirono il risorgere dell'industria, che, al favore della pace e di più avveduti e liberali ordinamenti, smorbava l'aria, guadagnava i campi, preparava nuovo sostentamento alla generazione futura, la quale, cresciuta di numero e d'agiatezza, avrebbe lodato i faticosi parenti; — lodati col fatto, mentre il cuore neppur li ricordava, forse la lingua li oltraggiava.

Però, sul finire del secolo XVI, quando le guerre passate, la prepotenza delle classi privilegiate e lo sconsigliato ed inopportuno affaccendarsi d'una disamata dominazione diradavano la gente col diminuire od impacciare i mezzi di sostentamento, la maggior parte di quel piano giaceva incolta, occupata da boscaglie, rotta da guazzatoi ed acquitrini; sicchè invece della strada che ora lo fende, mettendo dalle falde del Monte di Brianza alle deliziose alture di Erba, allora, un sentiero vicinale serpeggiava scabro e dirotto per mezzo al bosco che occupa il pendìo settentrionale della collina, la quale, alzandosi da Rovagnate verso il Lambro, divide l'alta Brianza dal Pian d'Erba. Pochi assai percorrevano allora quella via: giacchè, oltre le più scarse relazioni da paese a paese, il generale disagio delle strade, singolarmente nei terreni montuosi, svogliava dal viaggiare. Onde è in proverbio che chi dovesse (poniam caso) da Como giungere a Milano, assestava i domestici affari, indi avviatosi, com'era giunto a mezzo il cammino, rimandava un messaggio a casa per assicurare che, la Dio mercè, gli era riuscita prospera l'andata. Esagerazioni che però ritraggono da un fondo di vero, e che formano bizzarro contrasto colla rapidità onde oggi non solo travalichiamo a ruote correnti le alpi più elevate, ma solchiamo, a dispetto di venti e di correntie, rapidissimi fiumi e l'immensità dell'oceano.

Oltre però la disagevolezza delle strade, era il viaggiare reso mal sicuro dai lupi che spesseggiavano, e più da quella belva che ha nome l'uomo, della quale non è la peggiore qualvolta la forza accoppiata alla ragione non sia temperata colla giustizia e colla benevolenza. Masnade di ladri, accampando a baldanza per le foreste e per le lande, non solo davano fiera avventura al solitario passaggiero, ma aggredivano e depredavano casali e borgate. Con costoro se la passavano d'intelligenza gli ostieri: onde il viandante, il quale vedendo imbrunire, aveva sollecitato il passo per ricoverare alla locanda, e raggiuntala, ringraziava il suo angelo che l'avesse ridotto in salvo, nel maggior cheto della notte si trovava assalito e sovente scannato nel letto. Birri e campagnuoli uscivano contro costoro: quadriglie di soldati acquartieravansi di distanza in distanza: ma non è ben chiaro se maggior danno recassero i protettori o i masnadieri, la forza legale o la perseguitata.

Tutto ciò, sebbene poco abbia a fare col racconto di che intendo trattenervi, sia detto per giunta al panegirico di quel buon tempo antico, che tanti rimpiangono continuamente.

E non è ancor tutto. Conviene aggiungere i feudatari, che, tiranneggiando ciascuno nel suo stato, esteso poco più d'un miglio, imponevano ad arbitrio taglie, servizi, pedaggi, e sotto l'ombra di quella forza brutale che aveva acquistato il nome di diritto, esercitavano le angherie e le prepotenze dei ladroni insieme e della soldatesca.

Uno di siffatti dominava, appunto in quei tempi, nel castello di Barzago, terra di felice posizione, seduta in poggio sulla cresta di quel giogo, che come sopra accennai, diviso per un piccolo valico dal Monte di Brianza, estendesi da Rovagnate al Lambro, dominando da un lato l'alta Brianza, dall'altro il Pian d'Erba. Don Alfonso Isacchi aveva nome quel signore, ma tra i paesani erasi co' suoi modi guadagnato il soprannome di Orso di Barzago. Colleroso, vendicativo, indifferente ai patimenti altrui, il rispetto all'umanità neppur di nome conosceva: le leggi paragonava alle reti, dove il tordo s'impiglia, la volpe o il falco le squarciano, e innanzi. La religione non disprezzava già, ma, separandola dal costume, l'aveva ridotta a quella che ne veste le sembianze, benchè ne sia pessima nemica, la superstizione: talchè, se la coscienza avrebbe potuto richiamarlo od arrestarlo sulla carriera delle violenze, esso la addormentava con pratiche devote cui sapeva conciliare collo sfogo de' suoi laidi e prepotenti capricci.