Chi entrasse nei suo castello, al vedere uccellacci confitti sulle imposte, pelli di lepri, teschi di lupi spenzolati alle pareti, falchi starnazzanti sulle grucce e fischi e panie e tagliuole in ogni lato, e cani sciolti o al guinzaglio che abbajavano, squittivano, scodinzolavano, e intorno campari, canattieri, guardaboschi, s'avvisava quanto egli fosse appassionato per la caccia. A ben peggiori segni se ne accorgevano i paesani, che spesso miravano folate d'uccelli, moltiplicati dalla disastrosa impunità, calarsi a beccare i grani dai solchi appena sementati; od una furia di levrieri sbrancare ed uccidere il domestico pollame; ovvero uno stuolo di cacciatori a piedi, a cavallo, spingersi in mezzo al miglio ed al frumento già spigato, e poco dopo ritornare, mostrando in trionfo quaglie o beccacce al povero contadino, che lagrimava perduto o decimato il sostentamento della sua famigliuola per l'insano divertimento dei padroni.

E guai a lui se si fosse arrischiato a sturbare i selvatici! più guai se avesse ardito ucciderne qualcuno! Don Alfonso avrebbe saputo perdonare ad un ladro, ad un micidiale, non a chi ne avesse scemato d'un capo solo la selvaggina. I contadini adunque dovevano soffrire e trangugiare, senza che credessero tampoco tesoreggiare meriti colla pazienza; giacchè erano stati educati a considerare l'oppressione una necessità inevitabile, come la grandine, come il morire; e che Dio, concedendo ai grandi d'intendere le ragioni che hanno per soperchiare il povero, avesse fatto anche troppo concedendo al povero la forza di tollerarli.

Alle cacce di don Alfonso era riservato il bosco, che dalla vetta di Barzago, discende a bacio della collina, e che allora distendevasi anche per buona parte del piano, oggi coltivato. Lo chiamavano e lo chiamano ancora il bosco d'Imbevera; foltissimo di roveri e orni e castani, tra i quali non solo moltiplicavano, come in parco chiuso, gli uccelli e i quadrupedi onde oggi pure si fa caccia, ma bestie ancora, la cui razza è fra noi o scemata o scomparsa. Lo tagliava, come dicemmo, la strada, e là, appunto ove in questa metteva capo una non migliore che scendeva da Barzago, era alzato un devoto tabernacolo della Madonna. Poichè, oltre le croci piantate a ciascun crocicchio, e le molte che, indicando il luogo ove alcuno fu assassinato, crescevano lo spavento al viaggiatore già pauroso, di distanza in distanza si solevano dipingere immagini sacre, affinchè la religione fosse di alcun freno a coloro, che nessun altro ne conoscevano. E però chi, alla frequenza di quelle ponendo mente, esclama, Quanto erano buoni i nostri maggiori, direbbe più retto, Quanto erano cattivi; od almeno, quanto erano infelici.

Spuntava il settimo giorno di settembre del 1590, e rompeva il silenzio di quel bosco un via vai, un latrare di bracchi, un pestìo di cavalli, uno stridire di falchi, un chiacchierare ed affaccendarsi di cacciatori, che in frotta venivano intorno a don Alfonso. Egli seguiva a cavallo, discorrendo, fra un signore e una dama di freschissima apparenza, tutti con falchi e balestre e panie e gli altri arnesi adatti alla caccia, quale facevasi in tempi che il fucile, non ancora perfezionato, s'adoperava poco più che ad ammazzare gli uomini. La signorina, lieta di gioventù e novella sposa, dando libero corso ad un'indole gioviale, stata sin allora repressa fra le austerità della monastica educazione, volgevasi via via a richiedere don Alfonso or delle cacce, or delle terre che nel discendere l'erta, scoprivano a man mano nella pianura sottoposta e sugli alti clivi rilucenti al sole mattutino, e pareva tripudiasse di incontrare tutto il creato in armonia colla felicità ond'ella si sentiva inondata.

Ma sopra pensieri camminava il giovane suo sposo; e se ella con un sorriso pieno di dolcezza insieme e di vivacità lo confortava a rallegrarsi, — Com'è possibile (rispondeva), Emilia mia? Questi luoghi tu sai quanta sventura mi rammentino. Ma lei, don Alfonso, ben deve lei aver a mente la grave disgrazia qui occorsa a mia madre.

— Oh... sì... certo... N'ho inteso parlare, rispondeva il feudatario, aggrottando vieppiù le fosche sopracciglia.

— E dove accadde veramente il fatto? insisteva don Alessandro, che così nomavasi il giovane signore.

— Là... abbasso... Ma non so bene... Deve essere stato presso alla Madonnina d'Imbevera, ripigliava don Alfonso.

— E non si seppe mai il vero di questo caso atroce?

— Mai, replicava don Alfonso facendo spallucce e vibrando in faccia all'altro lo sguardo acuto di una vipera in atto di assalire, quasi avesse voluto spiargli in fondo del cuore. Non gli sembrò vedervi sospetto nè malizia; onde rassicurato continuava: — E come sarebbe potuto scoprirsi? Questi contorni erano pieni di malandrini e di banditi. Non è vero, guardacaccia?