Ancora v'ha chi, non logoro dai diletti cittadini a segno da non sentire l'incanto delle semplici bellezze naturali, guadagna le vette, e di là vagheggia il cielo che s'inazzurra sui poggi e sulle valli della Brianza: quel cielo che gli stranieri credono un'esagerazione quando lo vedono dipinto nelle tele dei gran maestri: e che in quell'ora, imporporandosi ai tremuli raggi del sole che declina, fa spiccare all'occhio ammirato la sommità dei colli e dei monti che formano cornice ad uno de' più graziosi paesaggi; mentre gli augelletti...
Ma che ha qui a fare quest'arcadica descrizione?
Che ha a fare?
Ah! lo sa il mio cuore, che alla sconsolante realtà del presente procura sottrarsi col figurare come sa più al vivo quei luoghi di care memorie ed incolpate. O miei monti, o miei colli! Deh quando il sereno spirare del vostro orezzo pioverà ancora la pace sul mio solingo cammino? Quando l'alba mi troverà sulle vostre vette ad aspettarne il primo biancheggiare? Quando la sera accoglierà il saluto che manderò al patetico astro di Venere? Quando il sole mi vedrà, in gara col capriuolo, libero come l'aria che vi si respira, balzar di pendice in pendice, aspirare l'aroma del cisto e dello spigo selvatico e l'autunnale fragranza delle eriche fiorite; tuffarmi nei torrenti della luce ond'esso v'ammanta; esultare sentendomi al disopra dei tumulti dell'umanità e più vicino al tempio del Creatore? Quando, quando? — Ah forse mai più!
Perdonate, lettori, se da voi mi son dilungato, come perdonereste al vetturino che vi guida in viaggio, e che s'arrestasse per abbracciare un bambino che gli ricorda il suo fanciulletto, ahimè! rapitogli dagli assassini. Sono con voi, se volete che tornando alla campestre festa, scrutando i cuori, cerchiamo tra quel nugolo di gente alcuni successori di don Alfonso, ma che, grazie alla crescente civiltà, sostituirono al ratto la seduzione, alla violenza il raggiro, alla legge sfidata la legge illusa, alla vendetta scoperta la denigrazione e il bacio di Giuda: od anche qualche imitatore di don Alessandro, col proposito, più generoso che prudente, di assumere la difesa del debole contro il soverchiatore, massimamente se questo non sia troppo grosso, nè l'affare importi pericolo.
Potremmo anche o maligni rivelare alcune fortunette che la boscaglia e la folla mal coprì; o morali compiangere tante che vennero a perder l'innocenza per festeggiare un giorno in cui l'innocenza fu salvata; e i molti che gozzovigliano un dì per digiunare una settimana coll'affamata famigliuola, e che non abbandonano il tumultuoso stravizzo se non dopo che la ragione è sfumata a rinforzi di bicchieri, e che il vino o la gelosia fece cacciar a mano i coltelli; — solite appendici delle sagre, solite conseguenze delle devozioni clamorose, qui ed altrove, ai nostri tempi e a quelli dei nostri buoni vecchi.
A tutto mette fine la sera. Al domani ecco il luogo spopolato; pochi operai intenti a riporre le trabacche, a sgomberare il lieto apparecchio; poi tutto ritorna nel silenzio. Fronde intrecciate, rami aggruppati o schiantati, l'erba calpesta, qualche tronco abbronzato dal fuoco, reliquie di cibi, sono tutto quello che rimane del tumulto di jeri, che si rinnoverà da qui ad un anno per terminare ancora nel modo istesso.
Così nell'anno dei secoli passano le generazioni. Quella che oggi a calca si affanna su quest'ajuola del mondo, dimani sarà scomparsa; agli splendidi clamori che oggi ne rintronano, succeduto il silenzio; al tumulto delle futili importanze, la solitudine, il disinganno del sepolcro; gli edifizii che noi ci architettiamo, verranno levati come il padiglione d'una notte: altre generazioni succederanno poi a tripudiare e gemere, a compiangere ed esser compiante, a soffrire e far soffrire, sintantochè, giunta a sera la loro giornata, daranno luogo alle successive; — nulla più ne indicherà l'esistenza, nulla se non le ruine.
1834.