Per allora, trassi di colà le donne più morte che vive, e le condussi giù verso l'Adda traverso ai boschi! Nel fuggire, quale spavento di vedersi tutti i momenti addosso a coloro! ogni foglia che stormisse, ogni stridir d'uccello, ogni frascheggiare di lucertola, Sono loro, sono i Russi! Quante volte un albero parve un uomo, che le faceva gelare, ed invocare l'angelo custode! Ma quel che era vero, udivasi un continuo fucilare, un cannonamento, come il tuono d'agosto. Gesù, Maria; abbiate compassione di tante povere anime! diceva la Rita. — E de' poveri loro parenti, soggiungeva la madre, perchè ben ci accorgevamo che si faceva battaglia. Di fatto abbiam saputo di poi che i Francesi, guidati da Serrurier, si ritiravano dinanzi agli Austro-Russi, finchè, ributtati in questa campagna appunto, fecero testa, combatterono come leoni; e sebbene assai minori di numero, la fecero pagar cara ai nemici, ed ammazzatone un buon dato, si gettarono nel palazzo che vede là, dell'illustrissima casa, e si difesero tanto da ottener un'onorevole capitolazione, che, invece del castellano, fu firmata dal fattore, mio compare, e se n'andarono.

Io frattanto avea portate di là dall'Adda le donne, ove nessun male ebbero, altro che la paura. — Dopo che il paese fu smorbato, e le cose ripresero assetto, le rimisi in casa loro: tornai io pure nella mia stamberga, che trovai spazzata senza scopa; ed era un non parlar d'altro che dei rubamenti, delle violenze, della battaglia, de' morti, di mille casi stravaganti e atroci.

La Rita e sua madre (benedette donne!), per quanto avess'io raccomandato di tacere, nol seppero; e per gratitudine cominciarono a dire: Se non ci fosse stato quel figliuolo! e L'abbiamo scampata bella! poi contarono il fatto ad un'amica, questa ad una parente, la parente a suo marito, e questi al suo vicino; e in pochi dì lo seppero il console e il comune; e dicevasi ch'io aveva accoppato un Russo; poi le male lingue (ve n'ha per tutto) aggiunsero due, e quattro, e che gli assalivo di tradimento, e che li svaligiavo.

Gente che vuol male non ne manca a nessuno; ed io, nei tre anni percorsi, col fare il bizzarro, m'era fatto togliere in tasca da parecchi; e questi non tardarono a soffiar la cosa all'orecchio delle nuove autorità costituite.

Sonavano certe campane, che non pareva un tempo da far credenza. Fior di galantuomini, signori de' primi, e preti e autorità si udiva che erano stati messi alle strette, e cacciati sa Dio fin dove e fin quando: onde gli amici mi dicevano, Quest'aria non fa per te, Carlandrea; i nemici mi guardavano con certe ciere, che volevano dire, Non isperare di levartela liscia. Il fatto fu che, volendo essere uccello di bosco e non di gabbia, salutai la mia Rita e sua madre, che tanto più stavano in affanno, quanto si conoscevano causa del mio male: e imbracciato il mio fucile, mi immacchiai.

Ma di scostarmi non mi dava l'animo. Stavo un giorno senza vedere il piccolo campanile del piccolo mio villaggio? parevo un pesce fuori dell'acqua; mi crepava il cuore, e bisognava tornassi. Spesso anche la sera volevo arrivare sino a casa della Rita. Il resto me lo facevo pei campi e pei boschi, e dormivo alla stella: al tempo dei lavori di campagna, m'esibivo a qualche contadino per ajutarlo di costa: ammazzavo qualche uccello, e tanto tiravo innanzi.

Però quel vivere su per su, non dormir mai nel proprio letto, non trovarsi fra' suoi amici, non saper mai quel che si farebbe domani, e stare continuo col batticuore di esser côlto, e passare fin le domeniche senza messa; quel fare insomma la vita del ladro e del bandito, non era pane pe' miei denti. Cattive azioni, lo sa Dio, non ne ho mai commesse: ma intanto non potevo portar il mio cappello fuor degli occhi: m'accostava ad alcuno? Lo vedeva sbirciarmi con quell'aria adombrata, che fa tanto male a un galantuomo.

Per istracco, io risolveva di farne dentro o fuora, e di andar io stesso a consegnarmi alla giustizia. — Finalmente che possono farmi? Narrerò come è passata la cosa; le donne mi serviran da testimonio: male in vita mia non ne ho fatto mai, nè avrei dato un buffetto al mio peggior nemico: quella fu difesa necessaria, ed anche il signor curato, quando spiega il Bellarmino, dice che non si può ammazzare, dice, se non per difendere sè stesso. Poco su poco giù, è stato il caso mio.

Parlavo male? Non ci pensi però; che se io mi aspettava acqua, le furono tempeste. Andai a Merate a consegnarmi: esposi il fatto al signor cancelliere; e questi mi disse: Voi siete reo d'omicidio proditorio; di più, siete conosciuto per giacobino; il quale ne ha dato prova questo fatto istesso: e quando io voleva rispondergli le mie brave ragioni, egli mi fece chiuder in carbonaja a contarle ai birri.

Dio lo scampi dalla prigione, signorino! I disagi, le privazioni, le mortificazioni, i soprusi de' carcerieri già son un annesso e connesso, come il ribrezzo alla terzana. Pazienza anche, quel che è peggio di tutto, la noja del non far niente. Ma quel che non sapevo recarmi in pace fu il lasciarmi mesi e mesi, come fecero, senza, non che dar esito ai fatti miei, nè tampoco interrogarmi. Tante belle ragioni io m'era disposte sulla lingua a mio discarico: se il signor giudice dirà così, io risponderò così: se mi apporrà questo, io gli replicherò cotesto: son a cavallo; un lavacapo, e mi rimanderà. E ogni giorno credevo fosse quello d'ottenere udienza, e ogni toccar di catenaccio era un palpitare di speranza che venissero a interrogarmi: ma ogni dì passava un dì, ed io a rosicchiare le unghie; e la speranza con cui m'era svegliato, mi rodeva ancora il cuore nel raddormentarmi.