Carlandrea s'attese un poco, poi tentennando il capo, ripigliò:
— Appunto come se io, vedendo che il mio vicino sciupa il suo, gli entrassi in casa, e dessi mazzate su quel che rimase di buono, e appoggiandone a lui delle sonore, gli rompessi le braccia perchè non potesse più far del male.
Io non potei non sorridere; ma quando l'informai che v'erano libri che trattavano dei diritti e dei modi da tenersi nel far la guerra, mi guardò con una ciera incredula, e soggiunse:
— Probabilmente avranno per testo, quinto non ammazzare.
Io m'accorsi che l'uomo era troppo vecchio, o forse troppo nuovo di sì fatte materie, sicchè si potesse sperare di vincerlo coi grandi argomenti dell'averlo detto altri e dell'essersi sempre fatto così: onde compatendo la sua caparbietà:
— Eh! queste cose è un pezzo anch'io che le rimeno pel pensiero; ma per manco male non pizzichiamo questa corda; tanto più che il rimediare a tali sconci non dipende nè da voi nè da me; e coloro che li cagionano odono soltanto le vittorie ed i Te Deum. Poi ci ha di mezzo tanti altri garbugli, che la più sicura è portarseli in pace come la febbre, come la gragnuola.
— Oh quelle (ripigliava Carlandrea), quelle vengono da Dio: ma coteste... Basta: la dice bene; lasciamola là. Come dunque le contavo o volevo contarle, un dì, per procacciar da vivere (pane, s'intende, o farina ed uova e qualche uccello che mi capitasse sotto al tiro) io m'era discostato alquanto, allorchè rivenendo, vedo — oh cosa mai vedo! Due di coloro, in giulecco verde, con certe bracacce larghe, legate ivi su d'una cintura rossa, berretto rosso al capo, gran barba: le picche aveano confitte in terra, ed un di loro batteva in malo modo la madre della mia Rita, mentre l'altro, lattosi contro di questa, voleva strapparle gli orecchini, torle il vezzo dal collo, e chi sa qual cosa di peggio.
Pazienza, a rivederci! Senza sapere quel che mi facessi, spiano il fucile, nè stando a dirgli guarda, traggo — lo ammazzo. Al tempo istesso, gridando a quanto me ne usciva dalla gola, mi difilo verso quell'altro. — Costui, come insieme udì il colpo, vide il camerata spacciato, e me in atto di volerlo sorbire, saltò su, e urlando Urah, urah, Franciosi, Giacobini, traboccossi a rotta di collo giù per le pancate de' vigneti. Io gli feci volar dietro alcuni ciottoli, che tristo lui se lo coglievano: poi parendomi averne buon partito dal vedergli le spalle, tornai a confortare quelle povere donne.
Ho fatto male, eh? Capisco anch'io: un uomo, sebben nemico, sebbene russo, l'ammazzarlo è un caso grosso. E chi sa? forse colui (che Dio gli abbia perdonato!) aveva moglie e figliuoli e padre e madre, che stavano ad aspettarlo, e che forse pregavano per lui nel momento ch'io lo spacciava.
Ma d'altra parte che potevo io fare? solo contro due armati, non sarei bastato; e la violenza che facevano a quelle buone creature, mi parea giustificarmi. Io ne ho sentito rimorso, sallo Iddio; e a Dio ne ho domandato perdono e glielo domando ogni dì; e temo sempre che, in punto di morte m'abbia a tornare innanzi quel cadavere, quale io lo vidi dar i tratti e spirare. Quanto agli uomini, me n'han fatto far la penitenza la parte mia.