Al domani Tita, rimpulizzito e colla gala smerlata e colla scatola del tabacco, siccome usano qui, andò a trovar la ragazza, e farle le paroline. Essa non ne sapeva nulla; ma visto i parenti usargli cortesie, gliene usò anch'essa, tanto che la madre di lei corse da quella del Tita a riferirle: — Ehi, la va coi fiocchi: il parentorio si farà: le è piaciuto.

Ma quando la chiarirono che si trattava di sposarlo, Laurina diede fuori a piangere, e che non lo voleva perchè era un qua e un là, e perchè aveva rubato, e perchè bazzicava all'osteria, e perchè non aveva il timor di Dio.

Sua madre le recitò una sequenza di ragioni, una più gagliarda dell'altra; e le mostrò la povertà della famiglia, i tanti fratelli; ma essa replicava: — Vedete? non son in qua tutto il di a dipanare seta? Lavorerò anche di più, tanto da fare le spese a me, e un poco anche a voi; ma per carità non mi affogate a questo modo.

La madre s'ingrugnò: vennero le comari a darle della pazza pel capo: — Cosa vai a rimestare, scioccherella che tu sei? Avresti a far Gesù colle due mani. Magari quante lo vorrebbero: e tu non dovresti chiamartene degna. Credi che si trovi un'occasione ad ogni uscio? Hai già ventidue anni suonati: vuoi rimanerti a spulciare il gatto? o presumi scavizzolar un signore di carrozza?

Se ne mischiò anche il signor curato, un buon uomo, di nulla più smanioso che di vedere i giovani e le ragazze accasati, e pieno di fiducia che quel sacramento rimetta il senno a chi l'ha smarrito. Insomma tante e tante gliene dissero, che la Laurina fu indotta a dare il sì, e l'affare si stiacciò.

Andò sposa. Il bel primo giorno, bevi e ribevi, Tita fu messo in terra da una solenne imbriacatura. — Pazienza! sarà stata la compagnia, lo straordinario. Ma egli toccò via di quel passo; onde la Laurina fu chiara che il vizio era nelle ossa, nè le restava di che sperare. Tutto il dì a sbevazzare, tutte le sere a casa ubbriaco: non c'erano più padre e madre da dargli una sbrigliata: se prima al lavoro badava poco, ora niente, e non cercava che passar la giornata senza stracca: poi cominciò a vendere questa o quella masseriziuola della moglie.

E lei? colla pazienza, colla dolcezza (povera fanciulla!) faceva di tutto per indurlo al bene. Avrebbe potuto andare dai suoi e dir loro, — Vedete mo? non ve l'avevo detto io? ma perchè crescere in cordoglio che già capiva che n'avevano? Taceva dunque e mandava giù; e se alcuno le domandasse: «Come va Laurina?»; e a Dio pregava, a Dio espandeva i suoi rancori, da Dio sperava l'ajuto.

Eccovi la storia di quella setajuola. Passò, nel modo che v'ho detto, la stagione della filanda: i denari erano consumati in erba da quel goloso: ond'ella pensa con ansietà al figliuolo che aveva da nascere; per allestire a questo le fasce e i pannicelli, non poteva essa che ritagliare i vestimenti e le biancherie sue; ma tutto era niente, purchè il suo Tita non ne facesse qualcuna: qui batteva la sua continua paura. E perciò non lo perdeva mai d'occhi; lo tenea, quant'era possibile, in casa, li presso di sè, a dar qualche punto lasagnon lasagnone: ma il più del tempo a far nulla, mentre essa lavorava ad accannellare seta per buscare qualche soldo, che difficilmente poteva sottrarre alla colui avidità.

Quando poi egli s'indugiava fuori, correva a cercarlo, massime alla sera, e ridurlo a casa. Se ne ricevesse dei rabbuffi, nol mi domandate, e anche peggio, perchè l'ubbriaco ha perduto il più bel dono di Dio, la ragione; e più non sa quello che si faccia.

Ma un giorno fra gli altri, essendogli riuscito di trovare alcuni soldi ch'ella aveva riposti nel pagliericcio pei bisogni che prevedeva vicini, Tita, inchiodatosi nella taverna, si abbandonò al chiasso e a tracannare vino e vino; il cervello se n'era andato. La Laurina, visto farsi tardi, girò di bettola in bettola sulla traccia di lui; alla fine lo trovò che sciscinando ne diceva di tutti i colori, e attorno una fitta di bevoni, cotti al par di lui, a metterlo su e pigliare pasto delle pappolate che gli cascavano di bocca, e tenergli bordone con delle somiglianti.