A questo diede ascolto: e v'entrò. Non c'era anima, essendo sulla sera e buiccio: vide la tribolata, col volto ascoso nel fazzoletto e curvo sulle mani giunte. Che piangesse ne davano segno i singhiozzi, che tratto tratto la scotevano; tratto tratto ancora si udivano alcune voci che pronunziava più forti, non credendosi ascoltata: — Cara Madonna dei dolori; datemi pazienza! — Non vogliate castigarlo: non sa quello che si faccia. — Perdonategli come gli perdono io. — Toccategli il cuore: — oh cara Madre del buon consiglio! fate che abbia a diventare un buon cristiano e timorato.

Queste voci erano tramezzate da altre, che esso non capiva: saranno state quelle preghiere che impariamo da nostra madre quando siamo bambini; quel saluto a Maria che ripetiamo ogni giorno più volte, che forse neppur intendiamo, ma sappiamo che è una preghiera alla madre di Dio e madre nostra, affinchè preghi per noi Colui che sa tutti i nostri bisogni.

Quando Tita racconta quest'avventura, dice che quelle parole dell'offesa sua moglie lo commossero più che non avessero mai fatto le prediche del signor curato, — e neppure (aggiungeva) neppur quelle dei missionari. E dovette essere proprio così: perchè tacente, mansuefatto, si avvicinò a lei, quasi temendo disturbarne la mesta devozione, le s'inginocchiò a fianco, e pregò. Quand'ella si accorse di lui, lo guardò con una meraviglia lieta e pacata, dicendo: — O Tita, anche tu?

— Sì, rispose egli, perdonami Laurina; e prega il Signore che mi perdoni, come io ti prometto di cambiar vita.

Recitarono insieme il rosario, poi s'avviarono a casa in pace e quiete, facendo proposito di condursi come ella desiderava.

Propositi d'ubbriaco, direte voi che l'avete visto altre volte promettere e ricascare. Ma e la grazia del Signore non la valutate per nulla? Non valutate la fede con cui la Laurina aveva pregato? Ho il piacere di dirvi che Tita, secondo aveva promesso, non fu più Tita. Capì qual tesoro sia una moglie buona: capì che stomachevole vizio è quel dell'osteria, il quale oltre lo scapito dell'anima, vi fa tenere per amici i discoli e i beoni, ed oltraggiare quelli che più meritano rispetto ed amore: istupidisce la mente, logora il corpo, anticipa la vecchiaja disprezzata che fra i vilipendii e gli scherni trascina innanzi tempo a finire la vita, se pure si può chiamare vita quella vergognosa vegetazione.

Tita cominciò a far l'uomo posato; e starsi in casa. Oh! la casa ha una tale attrattiva in sè, che chi la gusta da vero una volta, non se ne svia mai più. Tornò affezionato al mestiero, tornò alla parsimonia, tornò alla quiete: e temperante, e assennato, stette colla moglie al bene e al male che occorre nella vita: bene che tanto s'accresce, male che s'allevia tanto allorchè si divida con una buona compagna. Egli stesso confessa che se qualche volta (per usare la sua espressione) il diavolo lo tenta per tirarlo alle pratiche vecchie, non ha rimedio migliore che ricordarsi i pugni dati a sua moglie.

La Laurina, lieta quanto si può dire, non rifina di ringraziare la Madonna. Alla nuova stagione, eccola ricomparire alla filanda con un bambino in collo: ricomparire festiva e vivace come quando era da marito, e discorrere e canterellare.

Se mai v'accade di passare per quella borgatina, lì sul canto dello sdrucciolo a mancina, per cui dalla strada maestra s'esce ai campi, v'occorrerà alla vista una botteguccia raccoltina, nella quale una donna siede a girar un aspo, mentre un fantolino appena divezzato va baloccandosi sul pavimento coi ritagli di panno che cascano da una tavola, sulla quale un uomo assiduamente lavora, nel tempo che fa bordone alle allegre canzoni di una setajuola. Sono la Laurina, il marito suo e il loro bambino; un inferno mutato in paradiso per la prudente pazienza di una moglie virtuosa.

AGNESE O
LA VEGLIA DI STALLA