Mentre così abbellivamo la nostra povertà, Giulietta coll'immaginare de' pasti economici, io parlando sul mio zelo come maestro di scuola, un tintinno si fece sentire al fondo della vettura, come se qualche cosa ne cascasse ai piedi. Cercammo, ed era un marengo d'oro lampante.
— T'è cascato a te?» chiesi alla Giulietta.
— A me no: io non ne ho dell'oro», mi rispose ella.
Prendemmo questo amabile dono come un avanzo del signor impiegato. Ma un momento dopo non rotola un altro marengo a' nostri piedi?
— Da senno (diss'io) noi abbiamo qualche buon genio, o qualche fata benigna, che intese la nostra conversazione.»
Allungai le mestole a levar anche questo; cercai minutamente se non avesse altri compagni, ma non trovai nulla, il che m'increbbe al cuore.
Ma a poco andare, il fenomeno si rinnovò per la terza volta.
— Cattadedina, questo non viene dalla vettura!» gridai io, e rattenni i cavalli.
Allora un quarto ruspo d'oro brillò a' miei occhi, traverso una sfenditura del cofano, su cui stavamo seduti. La fonte aurea era dunque scoperta. Forzai il cofano, e trovai che, quel che dapprima avevo creduto il tintinno d'una catena, era un rotolo di marenghi che si era sgruppato, e presso a quello un sacchetto d'argento meglio chiuso.
In che modo il mio impiegato fosse divenuto possessore di questo tesoro, io nol so; e, appartenesse a lui o ad altri, poco m'importava. Ma sì io, sì Giulietta conoscemmo che questa somma era troppo considerevole pei nostri modesti desiderj; nè potevamo tenercela in coscienza. Riponemmo dunque i tre marenghi presso gli altri, rinserrammo il cassetto, e toccammo innanzi come se nulla fosse accaduto.