Sto con l'animo assai travagliato e sospeso, immaginandomi che V. S. si ritrovi molto disturbata mediante la repentina morte del suo povero lavoratore. Suppongo eziandio ch'ella procurerà con ogni diligenza possibile di guardarsi dal pericolo, del che la prego caldamente; e anco credo che non gli manchino i rimedj difensivi, proporzionati alla presente necessità, onde non predicherò altro intorno a questo. Bensì con ogni debita riverenza e confidenza figliale l'esorterò a procurar l'ottimo rimedio, quale è la grazia di Dio benedetto, col mezzo di una vera contrizione e penitenza. Questa senza dubbio è la più efficace medicina, non solo per l'anima, ma pel corpo ancora; poichè, se è tanto necessario, per ovviare al male contagioso, lo stare allegramente, qual maggiore allegrezza può provarsi in questa vita, di quello che ci apporta una buona e serena coscienza? Certo che, quando possederemo questo tesoro, non temeremo nè pericoli nè morte; e poichè il Signore giustamente ne castiga con questi flagelli, cerchiamo noi con l'ajuto suo di star preparati per ricevere il colpo da quella potente mano la quale avendoci cortesemente donato la presente vita, è padrona di privarcene come e quando gli piace.

Accetti V. S. queste poche parole proferite con uno svisceratissimo affetto, e anco resti consapevole della disposizione nella quale, per grazia del Signore, io mi ritrovo, cioè desiderosa di passarmene all'altra vita, poichè ogni giorno veggo più chiaro la vanità e miseria della presente; oltrechè finirei di offendere Dio benedetto, e spererei di poter con più efficacia pregare per V. S. Non so se questo mio desiderio sia troppo interessato; il Signore, che vede il tutto, supplisca per sua misericordia ove io manco per mia ignoranza, e a V. S. doni vera consolazione. Noi qua siamo tutte sane del corpo, ma ben siamo travagliate dalla penuria e povertà; non in maniera però che ne patiamo detrimento nel corpo, con l'ajuto del Signore.

Scrivo a ore sette; imperò V. S. mi scuserà se farò degli errori, perchè il giorno non ho un'ora di tempo che sia mia, poichè all'altre mie occupazioni s'aggiunse l'insegnare il canto fermo a quattro giovinette, e per ordine di Madonna ordinare l'uffizio del coro giorno per giorno: il che non mi è di poca fatica, per non aver cognizione alcuna di lingua latina. È ben vero che questi esercizj mi sono di molto gusto, s'io non avessi anco necessità di lavorare; ma da questo ne cavo un bene non piccolo, cioè il non stare in ozio un quarto d'ora mai mai; eccetto che mi è necessario il dormire assai per causa della testa. Se V. S. m'insegnasse il secreto che usa per sè, che dorme così poco, lo avrei molto caro, perchè finalmente sette ore di sonno, ch'io mando a male, mi pajon pur troppo. Non dico altro per non tediarla, se non che la saluto affettuosamente insieme con le solite amiche.

E conforti la Maria Celeste inviava al padre in altri dispiaceri di esso.

2 novembre 1630, a Bellosguardo.

So che V. S. sa meglio di me che le tribulazioni sono la pietra del paragone, ove si fa pruova della finezza dell'amor di Dio, sicchè tanto quanto le piglieremo pazientemente dalla sua mano, tanto potremo prometterci di posseder questo tesoro, ove consiste ogni nostro bene. La prego dunque di non pigliare il coltello di questi disturbi e contrarietà per il taglio, acciò da quello non resti offesa, ma piuttosto prendendolo a diritto, se ne serva per tagliare con quello tutte le imperfezioni, che per avventura conoscerà in sè stesso, acciò levati gl'impedimenti, siccome con vista di lince ha penetrato i cieli, così penetrando anche le cose più basse, arrivi a conoscere la vanità e fallaccia di tutte queste cose terrene; vedendo e toccando con mano che nè amor di figli, nè piaceri, onori o ricchezza ci possono dar vera contentezza, essendo cose per sè troppo instabili, e che solo in Dio benedetto, come in ultimo nostro fine, possiamo trovar vera quiete. Oh che gaudio sarà il nostro quando, squarciato questo fragil velo che ne impedisce, a faccia a faccia godremo questo gran Dio? Affatichiamoci pure questi pochi giorni di vita, che ci restano, per guadagnare un bene così grande e perpetuo; ove parmi, carissimo signor padre, che V. S. s'incammini per dritta strada, mentre si vale delle occasioni che si gli porgono, e particolarmente nel far di continuo benefizj a persone che la ricompensano d'ingratitudine; azione veramente, che, quanto ha più del difficile, tanto è più perfetta e virtuosa. Anzi questa, più che altra virtù, mi pare che ci renda simili all'istesso Dio, poichè in noi stessi esperimentiamo, che, mentre tutto il giorno offendiamo S. D. M., egli all'incontro va pur facendone infiniti benefizj; e se pur talvolta ci castiga, fa questo per maggior nostro bene, a guisa di buon padre che, per correggere il figlio prende la sferza: siccome par che segua di presente nella nostra povera città, acciocchè, almeno mediante il timore del soprastante pericolo, ci emendiamo.

V. S. mi perdoni se troppo l'infastidisco con tanto cicalare, perchè, oltre che ella m'inanimisce col darmi indizio che gli sieno grate le mie lettere, io fo conto ch'ella sia il mio devoto (per parlare alla nostra usanza), con il quale io comunico tutti i miei pensieri, e partecipo i miei gusti e disgusti; e trovandolo sempre prontissimo a sovvenirmi, gli domando non tutti i miei bisogni, perchè sarieno troppi, ma sibbene il più necessario di presente, perchè venendo il freddo mi converrà intirizzirmi se egli non mi soccorre mandandomi un coltrone per tenere addosso, poichè quello che io tengo non è mio, e la persona se ne vuol servire, come è dovere. Quello che avemmo da V. S. insieme con il panno, lo lascio a suor Arcangela, la quale vuole star sola a dormire, e io l'ho caro: ma così resto con una semplice sargia, e se aspetto di guadagnar da comprarlo, non l'avrò nè manco quest'altro inverno. Sicchè io lo dimando in carità a questo mio devoto tanto affezionato, il quale so ben io che non potrà comportare ch'io patisca. E piaccia al Signore (se è per il meglio) di conservarmelo ancora lungo tempo; perchè, dopo di lei, non mi resta bene alcuno nel mondo. Ma è pur gran cosa ch'io non sia buona per rendergli il contraccambio in cosa alcuna! Procurerò almeno, anzi al più, d'importunar tanto Dio benedetto e la Madonna santissima, ch'egli ci conduca al paradiso, e questa sarà la maggior ricompensa ch'io possa dare per tutti i beni che mi ha fatti e fa continuamente.

Gli mando due vasetti di lattovaro, preservativo dalla peste. Quello che non vi è scritto sopra è composto di fichi secchi, noci, ruta e sale, unito il tutto con tanto mele che basti. Se ne piglia la mattina a digiuno quanto una noce con bervi dietro un poco di greco o vino buono, e dicono che è esperimentato per difensivo mirabile; è ben vero che ci è riuscito troppo cotto, perchè non avvertimmo alla condizione dei fichi secchi, che è di assodare. Anco di quell'altro se ne piglia un boccone nell'istessa maniera, ma è un poco più ostico. Se vorrà usare dell'uno o dell'altro, procureremo di farli con più perfezione.

18 febbraio 1631.

Il disgusto che ha sentito V. S. della mia indisposizione dovrà restare annullato, mentre di presente gli dico che io sto ragionevolmente bene circa al male sopraggiuntomi in questi giorni passati, che, quanto alla mia antica oppilazione credo che farà bisogno di una efficace cura a migliore stagione; intanto mi andrò trattenendo con buon governo, siccome ella mi esorta. È ben vero ch'io desidererei, che del consiglio che porge a me, si valesse anche per sè stesso, non immergendosi tanto ne' suoi studj che pregiudicano troppo notabilmente alla sua sanità. Che se il povero corpo serve come strumento proporzionato allo spirito nell'intender e investigare le novità con sua gran fatica, è ben dovere che se gli conceda la necessaria quiete; altrimenti egli si sconcerterà di maniera, che renderà anco l'intelletto inabile il gustar quel cibo che prese con troppa avidità.