Pretendono che il cervello non si sviluppi se non a scapito del cuore, e che perciò le persone di testa non siano le più amorevoli. Rimettiamone la decisione al dottor Faust; questo noi sappiamo, che Galileo non rispondeva abbastanza alle sollecitudini di sua figlia, o almeno non quanto essa desiderava. E però, sempre con religiosa rassegnazione, essa gli rinnuova il lamento agli 11 novembre dell'anno seguente:
Essendo io stata tanto senza scriverle, V. S. potrebbe facilmente giudicare ch'io l'avessi dimenticato; sì come potrei io sospettare ch'ella avesse smarrita la strada per venir a visitarmi, poichè è tanto tempo che non ha per essa camminato. Ma siccome poi son certa che non tralascio di scriverle per la causa suddetta, ma si bene per penuria e carestia di tempo, del quale non ho mai un'ora che sia veramente mia, così mi giova di creder ch'ella, non per dimenticanza, ma sibbene per altri impedimenti, lasci di venir da noi; e tanto più adesso che Vincenzo nostro viene in suo scambio, e con questo ci acquetiamo, avendo da esso nuove sicure di V. S. le quali tutte mi sono di gusto, eccetto quella per la quale intendo ch'ella va alla mattina nell'orto. Questa veramente mi dispiace fuori di modo, parendomi che V. S. si procacci qualche male stravagante e fastidioso, siccome l'altra invernata gl'intervenne. Di grazia, privisi di questo gusto, che torna in tanto suo danno, e se non vuol farlo per amor suo, faccialo almeno per amor di noi suoi figliuoli, che desideriamo di vederla giugnere alla decrepità, il che non succederà s'ella così si disordina. Dico questo per pratica, perchè ogni poco ch'io stia ferma all'aria scoperta, mi nuoce alla testa grandemente: or quanto più farà danno a lei?
Quando Vincenzo fu ultimamente da noi, suor Chiara gli domandò otto o dieci melarancie; adesso ella torna a dimandarle a V. S., se sono mediocremente mature, avendo a servirsene lunedì mattina. Gli rimando il suo piatto; dentrovi una pera cotta, che credo non le spiacerà, e questa poca pasta reale. Saluto V. S. e Vincenzo molto affettuosamente, e il simile fanno l'Arcangela e le altre di camera. Il Signore gli conceda la sua grazia.
Sono uno dei temi favoriti agli scherzi della buona società i regalucci delle monache; ma qui prendono un carattere solenne, e noi godiamo pensando n'avrà goduto quel grand'uomo di Galileo. Il Vincenzo, di cui qui si parla, era un altro figlio di lui, il quale nel 1629 menò moglie, e la fece conoscere alle sorelle. In quest'occasione suor Maria Celeste scriveva al padre con affetto ancor più espansivo, quasi (oseremmo cercar un bruscolo mondano in quella candida anima?) temesse che le cure della nuora lo distraessero alquanto dall'amor delle figliuole.
Restammo veramente tutte sotisfatte della sposa, per esser molto affabile e graziosa; ma sopra ogni altra cosa ne dà contento il conoscere ch'ella porti amore a V. S., poichè supponghiamo che sia per fargli quegli ossequi, che noi le faremmo se ci fosse permesso. Non lascieremo già di fare ancor noi la parte nostra inverso di lei, cioè di tenerla continuamente raccomandata al Signor Iddio, che troppo siamo obbligate, non solo come figliuole, ma come orfane abbandonate che saremmo se V. S. ci mancasse. Oh se almeno io fossi abile ad esprimerlo il mio concetto, sarei sicura che ella non dubiterebbe ch'io non l'amassi tanto teneramente, quanto mai altra figliuola abbia amato il padre; ma non so significarglielo con altre parole, se non con dire che io lo amo più di me stessa, poichè, dopo Dio, l'essere lo riconosco da lei, accompagnato da tanti altri beneficj che sono innumerabili, sì che mi conosco anche obbligata e prontissima ad espor la mia vita a qualsivoglia travaglio per lei, eccettuatone l'offesa di Sua Divina Maestà. Di grazia V. S. mi perdoni se la tengo a tedio troppo lungamente, poichè talvolta l'affetto mi trasporta.
Non mi ero già messa a scrivere con questo pensiero, ma sibbene per dirle che, se potesse rimandare l'oriuolo sabato sera, la sagristana che ci chiama a mattutino l'avrebbe caro; ma se non si può mediante la brevità del tempo che V. S. l'ha tenuto, sia per non detto che, meglio sarà l'indugiare qualche poco, e riaverlo aggiustato, caso che n'abbia bisogno.
Vorrei anco sapere se ella si contentasse di far un baratto con noi, cioè ripigliarsi un chitarrone, ch'ella ci donò parecchi anni sono, e donarci invece un brevario a tutte due, giacchè quelli che avemmo quando ci facemmo monache, sono tutti stracciati, essendo questi gl'istromenti che adopriamo ogni giorno; talchè quello se ne sta sempre alla polvere, e va a rischio d'andar a male, essendo costrette, per non fare scortesia, a mandarlo in presto fuor di casa qualche volta. Se V. S. si contenta, me ne darà avviso, acciò possa mandarlo: e quanto ai breviarj non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi fossino tutti i santi di nuovo aggiunti, e avessino buona stampa, perchè ci serviranno nella vecchiaja, se ci arriveremo.
Volevo fargli della conserva di fiori di ramerino, ma aspetto che V. S. mi rimandi qualcuno de' miei vasi di vetro, perchè non ho dove metterla; e così se avesse per casa qualche barattolo o ampolla vuota, che gli dia impaccio, a me sarebbe grata per la bottega.
Sopraggiunse intanto il 1630, l'anno della peste; e in tali pericoli la lontananza cresce gli sgomenti, quand'anche siasi certi che la presenza non diminuirebbe i pericoli. È in questi casi che la voce della religione vien di conforto più presentaneo, e viepiù se esca da labbra amorevoli.
18 ottobre 1630, a Bellosguardo.