Or viene la volta di confidare al padre i proprj malucci e invocarne l'assistenza; pur mandandogli nuove cortesie di regalucci, e quella cortesia che agli scrittori è giocondissima, il parlargli de' suoi libri.

21 novembre 1623.

L'infinito amore ch'io porto a V. S., ed anche il timore che ho, che questo subito freddo, ordinariamente a lei tanto contrario, gli causi il risentimento dei suoi soliti dolori e d'altre sue indisposizioni, non comportano ch'io possa star più senza aver nuove da lei; mando adunque costì per intender qualcosa, sì dell'esser suo, come anche quando V. S. pensi partire. Ho sollecitato assai in lavorar i tovagliolini, e son quasi al fine; ma nell'appiccare le frange trovo che, di questa sorte che gli mando la mostra, me ne manca per due tovagliolini, che saranno quattro braccia. Avrò caro che le mandi quanto prima, acciocchè possa compirli avanti che si parta, che per questo ho preso sollecitudine in finirli.

Per non aver io camera dove stare a dormire la notte, suor Diamante, per sua cortesia mi tiene nella sua, privandosi della propria sorella per tenervi me; ma a questi freddi è tanto cattiva la stanza, che io, che ho la testa tanto infetta, non credo poterci stare se V. S. non mi soccorre prestandomi uno de' suoi padiglioni, di quelli bianchi che adesso non deve adoperare. Avrò caro d'intender se può farmi questo servigio; e di più la prego a farmi grazia di mandarmi il suo libro, che si è stampato adesso, tanto che io lo legga, avendo io gran desiderio di vederlo.

Queste poche paste che le mando, l'aveva fatte pochi giorni sono per dargliele quando veniva a darci addio: veggo che non sarà presto, come temevo, tanto che gliele mando acciò non induriscano. Suor Arcangela seguita ancora a purgarsi, e se ne sta non troppo bene con due cauterj che se le son fatti nelle coscie. Io ancora non sto molto bene, ma per essere omai tanto assuefatta alla poca sanità, ne faccio poca stima; vedendo di più che al Signore piace di visitarmi sempre con qualche poco di travaglio, lo ringrazio e lo prego che a V. S. conceda il colmo d'ogni maggior felicità. E per fine, di tutto cuore la saluto in nome mio e di suor Arcangela.

PS. Se V. S. ha collari da imbiancare, potrà mandarceli.

19 dicembre 1625.

Del cedro, che V. S. m'ordinò che dovessi confettare, non ne ho accomodato se non questo poco, che al presente le mando, perchè dubitavo, che per esser così appassito, non dovesse riuscir di quella perfezione che avrei voluto, come veramente non è riuscito. Insieme con esso le mando due pere cotte, per questi giorni di vigilia; ma per maggiormente regalarla gli mando una rosa, la quale, come cosa straordinaria in questa stagione, dovrà da lei esser molto gradita, e tanto più che, insieme con la rosa, potrà accettare le spine, che in essa rappresentano l'acerba passione del nostro Signore, e anco le sue verdi fronde, che significano la speranza, che (mediante questa Santa Passione) possiamo avere di dover, dopo la brevità ed oscurità dell'inverno della vita presente, pervenire alla chiarezza e felicità dell'eterna primavera del cielo; il che ne conceda Dio benedetto per sua misericordia.»

Quest'affetto non è passeggero; ma come di figlia, non si altera cogli anni; e a' 4 marzo 1627 essa gli scriveva ancora a Bellosguardo un amorevole lamento.

Credo veramente che l'amor paterno inverso dei figli possa in parte diminuirsi, mediante i mali costumi e portamenti loro, e questa mia credenza vien confermata da qualche indizio che me ne dà V. S., parendomi che più presto vada in qualche parte scemando quel cordiale affetto, che per l'addietro ha inverso di noi dimostrato; poichè sta tre mesi per volta senza venire a visitarne, che a noi pajon tre anni, ed anche da un pezzo in qua, mentre si ritrova con sanità, non mi scrive mai, mai un verso. Ho fatto buona esamina per conoscere se dalla banda mia ci fosse caduto qualche errore, che meritasse questo castigo, ed uno ne ritrovo (ancorchè involontario), e questo è una trascuraggine, o spensierataggine ch'io dimostro verso di lei, mentre non ho quella sollecitudine, che richiederebbe l'obbligo mio, di visitarla e salutarla più spesso con qualche mia lettera. Onde questo mio mancamento, accompagnato da molti demeriti che per altra parte ci sono, è bastante a somministrarmi il timore sopra accennatole; sebbene appresso di me non a difetto può attribuirsi, ma piuttosto a debolezza di forze, mente che la mia continua indisposizione mi impedisce di poter esercitarmi in cosa alcuna; e già più d'un mese ho travagliato con dolori di testa tanto eccessivi, che nè giorno nè notte trovavo riposo. Adesso che (per grazia del Signore) sono mitigati, ho subito preso la penna per scriverle questa lunga lamentazione, che, per essere di carnevale, può piuttosto dirsi una burla. Basta insomma che V. S. si ricordi che desideriamo di rivederla quando il tempo lo permetterà, intanto le mando alcune poche confezioni, che mi sono state donate; saranno alquanto indurite, avendole io serbate parecchi giorni colla speranza di dargliele alla presenza. I berlingozzi sono per l'Anna Maria e suoi fratellini (figli di Michelangelo fratello di Galileo). Gli mando una lettera per Vincenzo (fratello), acciò questo gli riduca in memoria che siamo al mondo, poichè dubito ch'egli se lo sia scordato, poichè non ci scrive mai un verso. Salutiamo per fine V. S. e la zia di tutto cuore, e da N. S. le prego ogni contento.