Abbiamo creduto non dovesse che piacere il trovarne qui alcune, di cui la religiosa mestizia e la candida affezione speriamo toccheran il cuore ai lettori come toccarono il nostro: vedendo questa pia soccorrere a tutti i dolori del padre con quei conforti, con quell'affetto, con quella dirittura di sentire, che la solitudine claustrale è così atta a ispirare in coloro che non vi si struggono di tristi repetìi, o di sollecitudini mondane.
Dal convento di San Matteo in Arcetri,
10 maggio, 1623; a Bellosguardo.
Sentiamo grandissimo disgusto per la morte della sua amatissima sorella e nostra cara zia (Virginia Landucci). Ne abbiamo dico, grave dolore per la perdita di essa, e ancora sapendo quanto travaglio ne avrà avuto V. S., non avendo lei, si può dir, altri in questo mondo, nè potendo quasi perder ogni cosa più cara, sì che possiamo pensar quanto gli sia stata grave questa percossa tanto inaspettata. E come gli dico partecipiamo ancor noi buona parte del suo dolore, sebbene dovrebbe esser bastato a farci pigliar conforto la considerazione delle miserie umane, e che tutti siamo qua come forestieri e viandanti, che presto siamo per andare alla nostra vera patria nel cielo, dove è perfetta felicità, e dove sperar dobbiamo che sia andata quell'anima benedetta. Sicchè, per l'amor di Dio preghiamo V. S. a consolarsi, e rimettersi nella volontà del Signore, al quale sa benissimo che dispiacerebbe facendo altrimenti, e anco farebbe danno a sè e a noi, perchè non possiamo non dolerci infinitamente quando sentiamo che è travagliata e indisposta, non avendo noi altro bene in questo mondo che lei. Non gli dirò altro se non che di tutto cuore preghiamo il Signore che la consoli e sia sempre seco.
Salì in quel tempo al trono papale Urbano VIII, ch'era grand'estimatore e amico di Galileo; sicchè questi ne esultò, e mandò a leggere a sua figlia le lettere che, in diversi tempi, n'avea ricevute. Suor Maria Celeste gli rispose a' 10 agosto 1623:
Il contento che mi ha apportato il regalo delle lettere che m'a mandate V. S., scrittegli da quell'illustrissimo cardinale, oggi Sommo Pontefice, è stato inesplicabile, conoscendo benissimo in quelle qual siasi l'affezione che le porta, e quanta stima faccia della sua virtù. Le ho lette e rilette con gusto particolare, e gliele rimando come m'impone, non l'avendo mostrate ad altri che a suor Arcangela (la sorella), la quale insieme meco ha sentito estrema allegrezza nel vedere quanto lei sia favorita da persona tale. Piaccia al Signore di concederle tanta sanità quanta gli è di bisogno per adempire il suo desiderio di visitare Sua Santità, acciocche maggiormente possa V. S. esser favorita da quella; e anco vedendo nelle sue lettere quante promesse gli faccia, possiamo sperare che facilmente avrebbe qualche ajuto per nostro fratello. Intanto noi non mancheremo di pregar il Signore, dal quale ogni grazia deriva, che gli dia d'ottener quanto desidera, purchè sia per il meglio.
Mi vo immaginando che V. S. in questa occasione avrà scritto a Sua Santità una bellissima lettera per rallegrarsi con essa della dignità ottenuta; e perchè sono un poco curiosa, avrei caro se gli piacesse di farmene vedere la copia. La ringrazio infinitamente di queste che ha mandate e ancora dei poponi, a noi gratissimi. Le ho scritto con molta fretta, imperò la prego a scusarmi se ho scritto sì male. La saluto di cuore insieme con le altre solite.
Pare che Galileo le facesse alcun rimprovero di quest'ultima parte della lettera; ond'essa gli replicava a' 13 agosto 1623, sempre a Bellosguardo.
La sua amorevolissima lettera è stata cagione che io a pieno ho conosciuto la mia poca accortezza, stimando io che così subito dovesse V. S. scrivere a una tal persona, o per dir meglio al più sublime signore di tutto il mondo. Ringraziola adunque dell'avvertimento, e mi rendo certa che (mediante l'affezione che mi porta) compatirà alla mia grandissima ignoranza, ed a tanti altri difetti che in me si ritrovano. Così mi foss'egli concesso il poter di tutti esser da lei ripresa ed avvertita, come lo desidero, che io avrei così qualche poco di sapere, e qualche virtù che non ho; ma poichè, mediante la sua continua indisposizione, ci è vietato di poterla qualche volta rivedere, è necessario che pazientemente ci rimettiamo nella volontà di Dio, la quale permette ogni cosa pel nostro bene. Io metto da parte e serbo tutte le lettere, che giornalmente mi scrive V. S.; e quando non mi ritrovo occupata, con mio grandissimo gusto le rileggo più volte, sì che lascio pensare a lei se amo volontieri leggere quelle che gli sono scritte da persone tanto affettuose ed a lei affezionate. Per non la infastidire di troppo farò fine, salutandola affettuosamente insieme con suor Arcangela e l'altre di camera.
Quanto affetto, e quanta venerazione per l'illustre genitore! Sette giorni dopo, le giunge nuova ch'e' si trovi indisposto, ond'essa gli scrive:
Stamattina ho inteso dal nostro fattore che V. S. si ritrova a Firenze indisposta, e perchè mi par cosa fuora del suo ordinario il partirsi di casa sua (a Bellosguardo) quando è travagliata dalle sue doglie, sto con timore e mi vo immaginando che abbia più male del solito. Pertanto la prego a dar ragguaglio al latore acciocchè, se fosse manco di quello che temiamo, possiamo quietar l'animo. Ed in vero ch'io non m'avveggo mai d'esser monaca se non quando sento che V. S. è ammalata, poichè allora vorrei poterla venire a visitare e governare con tutta quella diligenza, che mi fosse possibile. Orsù, ringraziato sia il Signore Iddio di ogni cosa, poichè senza il suo volere non si volta una foglia. Io penso che in ogni modo non gli manchi niente, pur veda se in qualche cosa ha bisogno di noi, e ce l'avvisi, che non mancheremo di servirla al meglio che possiamo; intanto seguiteremo, conforme al nostro solito a pregare Nostro Signore per la sua desiderata sanità, e anco che conceda la sua santa grazia.