Suor Arcangela, che tanto m'ha dato da pensare, per grazia di Dio sta alquanto meglio, e sebbene assai debole e fiacca si ritrovi, comincia a sollevarsi; e perchè avrebbe gusto di mangiare qualche pesciuolo marinato, prega V. S. che gliene faccia provvisione di qualcuno per questi prossimi giorni magri.

Di lei stessa si occupava in una del 30 agosto, sempre diretta a Bellosguardo.

Se la misura o indizio dell'amore, che si porta ad una persona, è la confidenza che in lei si dimostra, V. S. non dovrà stare in dubbio se io l'amo di tutto cuore, come è in verità, poichè tanta confidenza e sicurtà piglio con lei, che qualche volta temo che non ecceda il termine della modestia e riverenza figliale, e tanto più sapendo ch'ella da molti fastidj e spese si trova aggravata. Nondimeno la certezza che ho, che V. S. sovviene tanto volentieri alle mie necessità quanto a quelle di qualsivoglia altra persona, anzi alle sue proprie, mi somministra ardire di pregarla che si compiaccia di alleggerirmi di un pensiero, che molto m'inquieta mediante un debito che tengo di cinque scudi, per la malattia di suor Arcangela; essendomi convenuto in questi quattro mesi spendere alla larga, in comparazione di quello che comportava la povertà del nostro stato. E ora che mi trovo all'estremo, e in necessità di soddisfare a chi devo, mi raccomando a chi so che può e vuole ajutarmi. E anco desidero un fiasco del suo vino bianco, per farlo acciajato per suor Arcangela, alla quale credo che più gioverà la fede che ha in questo rimedio, che il rimedio istesso. Scrivo con tanta scarsezza di tempo, che non posso dirle altro, senonchè vorrei che questi sei calicioni fossino di suo gusto, e me le raccomando.

Fra ciò arrivarono i tempi grossi pel Galilei. Figuriamoci l'animo di una monacella, tutta innamorata di suo padre e superba della gloria di lui, e che tutt'inaspettatamente lo vede accusato d'eretico, e chiamato a Roma a scagionarsi o a ricredersi, da quel papa appunto, dalla cui protezione ella si era ripromesso tanti vantaggi per suo padre. Per quanto ella il sapesse trattato coi riguardi dovuti a grand'uomo e alle raccomandazioni del granduca, ella non poteva non restarne in sospeso: ma la sobrietà del dolore di essa, i lamenti che mai non accusano, l'interesse che non trascende mai ci fanno stimare infinitamente suor Celeste.

Mentre dunque Galileo stava a Roma, essa gli scriveva, ai 12 marzo 1633:

L'ultima sua lettera mi ha apportato gran consolazione, sì per sentire ch'ella si va mantenendo in buon grado di sanità, come anco perchè per quella vengo maggiormente certificata del felice esito del suo negozio, che tale me l'hanno fatto prevedere il desiderio e l'amore. E sebbene veggo che passando le cose in questa maniera, si andrà prolungando il tempo del suo ritorno, reputo nondimeno a gran ventura il restare priva delle mie proprie soddisfazioni per un'occasione, la quale abbia da ridondare in benefizio e reputazione della sua persona, amata da me più che me stessa. E tanto più m'acqueto, quanto che son certa ch'ella riceve ogni onore e comodità desiderabile da cotesti eccellentissimi signori, e in particolare dalla eccellentissima ambasciatrice, mia signora e padrona, la visita della quale se avessimo grazia suor Arcangela e io di ricevere, certo che sarebbe favore segnalato, e a noi tanto gradito quanto V. S. può immaginarsi. Quanto al procurare ch'ella vedesse una commedia, io non posso dir niente, poichè bisognerebbe governarsi secondo il tempo nel quale ella venisse; sebbene io veramente crederei che stessimo più in salvo lasciandola in quella buona credenza, in ch'ella deve ritrovarsi mediante le parole di V. S.

Suor Arcangela sta alquanto meglio, ma non bene affatto. Io sto bene perchè ho l'animo quieto e tranquillo, e sto in continuo moto, eccetto però le sette ore della notte, le quali io mando a male in un sonno solo: perchè questo mio capaccio così umido non ne vuole manco un tantino. Non lascio per questo di soddisfare il più che io posso al debito che ho con lei dell'orazione, pregando Dio benedetto che principalmente le conceda la salute dell'anima, poi le altre grazie ch'ella maggiormente desidera.

Non dirò altro per ora, senonchè abbia pazienza se troppo la tengo a tedio, pensando che io restringo in questa carta tutto quello che io le cicalerei in una settimana. La saluto con tutto l'affetto insieme con le solite.

Come poi udì ch'egli era stato per alcuni giorni nel Sant'Uffizio, lo consolava:

20 aprile 1633.