Dal signor Gerri mi viene avvisato in qual termine ella si ritrovi per causa del suo negozio, cioè ritirato nelle stanze del Sant'Uffizio; il che per una parte mi dà molto disgusto, persuadendomi ch'ella si ritrovi con poca quiete dell'animo, e fors'anco non con tutte le comodità del corpo; dall'altra banda, considerando io la necessità del venire a questi particolari per la sua spedizione, e la benignità colla quale fino a qui si è costà proceduto verso la persona sua, e sopratutto la giustizia della causa e la sua innocenza in questo particolare, mi consolo e piglio speranza di felice e prospero successo, con l'ajuto di Dio benedetto, al quale il mio cuore non cessa mai di esclamare e raccomandarla con ogni affetto e confidenza possibile.

Resta solo ch'ella stia di buon animo, procurando di non pregiudicare alla sanità con il soverchiamente affliggersi, rivolgendo il pensiero e la speranza in Dio, il quale, come padre amorevolissimo, non mai abbandona chi in lui confida e a lui ricorre. Carissimo signor padre, ho voluto scrivergli adesso, acciò ella sappia ch'io sono a parte de' suoi travagli, il che a lei dovrebbe essere di qualche alleggerimento, ma non ne ho già dato indizio ad alcun altro, volendo che queste cose di poco gusto sieno tutte mie, e quelle di contento e soddisfazione sieno comuni a tutti. Che però tutti stiamo aspettando il suo ritorno, con desiderio di goder la sua conversazione con allegrezza. E chi sa, che, mentre adesso sto scrivendo, V. S. non si ritrovi fuori d'ogni frangente e di ogni pensiero? Così piaccia al Signore, il quale sia quello che la consoli, e con il quale la lascio.

Quanta delicatezza! E che stacco fanno questi sentimenti dagli irosi di coloro, che, contro ogni testimonianza e probabilità, si ostinano a ripetere che Galileo dal Sant'Uffizio fu sottoposto alla tortura! Codardie, degne di que' materialoni, che computano solo i gusti come i tormenti del corpo, ed hanno bisogno d'aggiungere nuovi torti a questa patria, ch'essi poi ostentano di amare sviscerati.

Suor Celeste si rallegrò quando intese vôlto in meglio l'affare, e al padre scriveva a' 7 maggio:

L'allegrezza che mi apportò l'ultima sua amorevolissima lettera fu tale, e tale alterazione mi causò, che con questo e con l'essermi convenuto più volte leggere e rileggere la medesima lettera a queste monache, che tutte giubilavano sentendo i proprj successi di V. S., fui sorpresa da gran dolore di testa, che mi durò dalle ore quattordici della mattina fino a notte, cosa veramente fuori del mio solito. Ho voluto dirgli questo particolare, non per rimproverargli questo poco mio patimento, ma sibbene perchè ella maggiormente possane conoscere quanto mi siano a cuore, e mi premano le cose sue, poichè causano in me tali effetti; effetti che, sebbene generalmente parlando pare che l'amor figliale possa e deva causare in tutti i figli, in me ardirò di dire che abbiamo maggior forza, come quella che mi do tanto di avanzare di gran lunga la maggior parte degli altri dell'amare e riverire il mio carissimo padre; siccome all'incontro chiaramente veggo ch'egli supera la maggior parte de' padri in amare me sua figlia, e di ciò basti.

Rendo infinite grazie a Dio benedetto per tutti i favori che fino a qui V. S. ha ricevuti, e per l'avvenire spero riceverà, poichè tutti principalmente derivano da quella pietosa mano, siccome V. S. giustamente riconosce. E sebbene ella attribuisce in gran parte questi benefizj al merito delle mie orazioni, questo veramente è poco o nulla; ma è bene assai l'affetto con il quale io li domando a S. D. M., la quale avendo riguardo a quello, tanto benignamente prosperando V. S. mi esaudisce, e noi tanto maggiormente gli restiamo obbligati: siccome anco grandemente siamo debitori a tutte quelle persone che a V. S. sono in favore ed ajuto, e particolarmente a cotesti eccellentissimi signori suoi ospiti[1]. Io volevo scrivere all'eccellentissima signora ambasciatrice, ma sono restata per non la infastidire con replicarle sempre le medesime cose, cioè rendimenti di grazie e confessioni di obblighi infiniti. V. S. supplirà per me con farle reverenza in mio nome: e veramente, carissimo signor padre, la grazia, che V. S. ha avuta del favore della protezione di questi signori e tale essa sola, che è bastante a mitigare, anzi annullare tutti i travagli che ha sofferti.

Mi è capitata alle mani una ricetta eccellentissima contro la peste, della quale ho fatto una copia, e gliela mando non perchè io creda che costà vi sia sospizione alcuna di questo male, ma perchè è buona ad ogni altra cattiva disposizione. Degli ingredienti io ne sono tanto scarsa, anzi mendica per me, che non gliene posso far parte di nessuno, ma bisogna che V. S. procuri di ottener quelli, che per avventura gli mancheranno, dalla fonderia della Misericordia del Signor Iddio, con il quale la lascio.

La peste in fatto durava per la Toscana, e suor Maria Celeste ne riferiva a suo padre in questo tenore:

18 giugno 1633, a Roma.

Quando io scrissi a V. S. dandogli conto del male che era stato in questi contorni, già era cessato quasi del tutto ogni sospetto, essendo scorsi molti giorni, anzi settimane, senza sentirvisi niente; e come allora gli aggiunsi, me ne dava intera sicurtà il vedere che tutti questi gentiluomini se ne stavano qua in villa, come seguitano ancora di starci tutti: e quel che è più, nella medesima città di Firenze si sentiva che il male andava tanto diminuendo, che si sperava che presto dovesse restar libera del tutto; onde con questa sicurtà, mi mossi ad esortarla e sollecitarla per il suo ritorno, sebbene nell'ultima che gli scrissi, sentendo che le cose erano peggiorate, mutai linguaggio, come si suol dire. Perchè sebbene è verissimo che desidero grandemente di rivederla, desidero nondimeno molto più la sua conservazione e salute; e riconosco per grazia speciale del Signore Iddio l'occasione che V. S. ha avuta di trattenersi costà più lungamente di quello che lei e noi avremmo voluto. Perchè, sebbene credo che gli dia travaglio il trattenersi così irresoluta, maggiore gliene darebbe forse il ritrovarsi in questi pericoli, i quali tuttavia vanno continuando, e forse aumentando, e ne fo conseguenza da una ordinazione venuta al nostro monastero, come ad altri ancora, da parte dei Signori della sanità, ed è che, per lo spazio di quaranta giorni, dobbiamo, due monache per volta, star continuamente giorno e notte in orazione, e pregare S. D. M. per la liberazione di questo flagello. Avemmo dai suddetti Signori scudi 25 in elemosina; e oggi è il quarto giorno che demmo principio.