Ora per darle avviso di tutte le cose di casa, mi farò dalla colombaja, ove fino da quaresima cominciarono a covare i colombi, ma il primo pajo che nacque fu mangiato una notte da qualche animale, e il colombo che li covava fu trovato dalla Piera sopra una trave, mezzo mangiato e cavatone tutte l'interiora, che per questo si giudicò che fosse stato qualche uccello di rapina; gli altri colombi spauriti non vi tornavano, ma seguitando la Piera a dargli da mangiare si sono ravviati, e adesso ne covano due.
Gli aranci hanno avuto pochi fiori, i quali la Piera ha stillati, e mi dice averne cavato una metadella di acqua. I capperi quando sarà tempo si accomoderanno. La lattuga, che si seminò secondo che V. S. aveva ordinato, non è mai nata e in quel luogo la Piera vi ha messo dei fagiuoli, che dice essere assai belli, e similmente dei ceci, dei quali la lepre ne vorrà la maggior parte, avendo già cominciato a levarli via.
Delle fave ve ne sono da seccare, e i gambi si danno per colazione alla muletta, la quale è diventata così altiera, che non vuol portar nessuno, e alcune volte ha fatto fare dei salti mortali al povero Geppo, ma con gentilezza, poichè non si è fatto male. Ascanio fratello della cognata, la domandò una volta per andar di fuora, ma dopo poco gli convenne tornarsi indietro, non avendo mai avuto forza di scaponire l'ostinata mula acciò andasse innanzi, la quale forse sdegna di essere cavalcata da altri trovandosi senza il suo vero padrone.
Ma ritornando all'orto, gli dico che le viti mostrano assai bene, non so poi se proseguiranno così mediante il torto che ricevono di esser custodite dalle mani della Piera in cambio di quelle di V. S. Dei carciofi non ve ne sono stati molti, con tutto ciò se ne seccherà qualcuno.
In cantina le cose passano bene, andandosi il vino conservando buono. In cucina non manco somministrare quel poco che fa bisogno per la servitù, eccetto che nel tempo che ci viene il signor Rondinelli, che allora ci vuol pensare lui; anzi che in questa settimana volle che una mattina noi stessimo in parlatorio a desinar da lui. Questi sono tutti gli avvisi che mi pare di potergli dare...
Chi deriderà queste minuzie d'intimità, tal sia di lui; nol farà certo l'uomo che conobbe mai la vita del cuore, ma solo chi ha testa ancor meno che cuore dirà che queste frivolezze potessero combinarsi cogli spasimi della prigionia e della tortura, a cui cianciano sottoposto il Galilei. Però nel placido convento d'Arcetri dovette far gran colpo la nuova sparsasi che il Galileo, quel sapiente insigne, quel vecchio venerato, il padre di due consorelle era stato condannato, non già d'eresia, ma per aver trasgredito il precetto datogli nel 1616 di non trattare della mobilità della terra se non come ipotesi, nè appoggiarla a testi sacri. E questa fu novella prova all'affetto di suor Maria Celeste, che se ne traeva felicemente mediante l'irremovibile fidanza in Dio.
2 luglio 1633, Roma.
Quanto mi è arrivato improvviso e inaspettato il nuovo travaglio di V. S. tanto maggiormente mi ha trafitto l'animo di estremo dolore il sentir la risoluzione, che finalmente si è presa tanto sopra il libro quanto nella persona di V. S.; il che dal signor Gerri mi è significato per la mia importunità, perchè, non tenendo sue lettere in questa settimana, non potevo quietarmi, quasi presaga di quanto era accaduto. Carissimo signor padre, adesso è il tempo di prevalersi più che mai di quella prudenza che gli ha concessa il Signore Iddio, sostenendo questi colpi con quella fortezza d'animo, che la religione, professione ed età sua ricercano. E giacchè ella per molta esperienza può aver piena cognizione della fallacia ed instabilità di tutte le cose di questo mondaccio, non dovrà far molto caso di queste burrasche, anzi sperar che presto sieno per quietarsi e cangiarsi in altrettanta sua soddisfazione. Dico quel tanto che mi somministra il desiderio, e che mi pare ne prometta la clemenza che Sua Santità ha dimostrato inverso di V. S. in aver destinato per la sua carcere luogo così delizioso, onde mi par ch'io possa sperar anco commutazione più conforme al suo e nostro desiderio; il che piaccia a Dio che sortisca, se è per il meglio. Intanto la prego a non lasciar di consolarmi con sue lettere, dandomi ragguaglio dell'esser suo quanto al corpo, e molto più quanto all'animo; e io finisco di scrivere, ma non giammai d'accompagnarla con il pensiero e con le orazioni, pregando S. D. M. che le conceda vera quiete e consolazione.
Cotesto luogo delizioso era la villa Medici sul monte Pincio: dove pure rimase pochissimo, e giacchè non potevasi restituirlo a Firenze ove durava la peste, fu lasciato andar a Siena presso l'arcivescovo Piccolomini suo amico. Colà gli scriveva la figlia; e per intender quanto segue, è a saper che la penitenza inflitta a Galileo dalla feroce Inquisizione fu di recitare una volta per settimana i salmi penitenziali. La buona Maria Celeste si consola di poter alleviare il grand'uomo di questo peso col recitarli ella stessa in sua vece.
3 ottobre 1633.