Sabato scrissi a V. S.; e domenica, per parte del signor Gherardini, mi fu resa la sua, per la quale sentendo la speranza che ha del suo ritorno, tutta mi consolo, parendomi un'ora mill'anni che arrivi quel giorno tanto desiderato di rivederla; e in sentire ch'ella si ritrovi in buona salute accresce e non diminuisce questo desiderio di avere duplicato contento e soddisfazione di vederla tornare in casa sua, e di più con sanità. Non vorrei già che dubitasse di me, che per tempo nessuno io sia per lasciare di raccomandarla con tutto il mio spirito a Dio benedetto, perchè questo mi è troppo a cuore, e troppo mi preme la sua salute spirituale e corporale. E per dargliene qualche contrassegno, gli dico, che ho procurato e ottenuto grazia di veder la sua sentenza, la lettura della quale, sebbene da una parte mi dette qualche travaglio, per l'altra ebbi caro di averla veduta, per aver trovato in essa materia di poter giovare a V. S. un qualche pocolino. Il che è con l'addossarmi l'obbligo che ella ha di recitare una volta per settimana li sette salmi, ed è già un pezzo che comincia a soddisfarlo, e lo fo con mio gusto, prima perchè mi persuado che l'orazione, accompagnata da quel titolo di obbedire a Santa Chiesa, sia assai efficace; e poi per levare a V. S. questo pensiero. Così avessi io potuto supplire nel resto, che molto volontieri mi sarei eletta una carcere più stretta di questa in che mi trovo per liberarne lei. Adesso siamo qui e le tante grazie già ricevute ci danno speranza di riceverne delle altre, purchè la nostra fede sia accompagnata dalle buone opere, che, come V. S. sa meglio di me, fides sine operibus mortua est.[2]

22 ottobre 1633.

Non saprei come darle dimostrazione del contento che provo nel sentire ch'ella si va tuttavia conservando con sanità, se non con dirle che più godo del suo bene che del mio proprio, non solamente perchè l'amo quanto me medesima, ma perchè vo considerando che, se io mi trovassi oppressa da infermità, oppure fossi levata dal mondo, poco o nulla importerebbe, perchè a poco o nulla son buona, dove che nella persona di V. S. sarebbe tutto l'opposto per moltissime ragioni, ma in particolare (oltre che giova e può giovare a molti) perchè con il grande intelletto e sapere che gli ha concesso il Signore Iddio, può servirlo ed onorarlo infinitamente più di quello che non posso io: sì che con questa considerazione io vengo ad allegrarmi e goder del suo bene più che pel mio proprio.

9 dicembre, a Siena.

Intendo che in Firenze è voce comune che V. S. sarà qua presto; ma fino che io non l'intendo da lei medesimo, non credo altro, se non che gli amici suoi cari dican quel tanto che l'affetto e il desiderio lor detta. Io intanto godo grandemente sentendo che V. S. abbia così buona ciera, quanto mi disse maestro Agostino, che mi affermò non averla mai più veduta colla migliore. Tutto si può riconoscere, dopo l'ajuto di Dio benedetto, da quella dolcissima conversazione ch'ella continuamente gode di quell'illustrissimo monsignor arcivescovo, e dal non si strapazzare nè disordinare, com'ella fa qualche volta quando è in casa sua. Il Signore Iddio sia sempre ringraziato, il quale sia quello che la conservi in sua grazia.

10 dicembre 1633, a Siena.

Appunto quando mi comparve la nuova della spedizione di V. S., avevo preso in mano la penna per scrivere alla signora ambasciatrice per raccomandarle questo negozio, il quale vedendo io andare in lungo, temeva che non fosse spedito anco quest'anno, sì che l'allegrezza è stata tanto maggiore quanto più inaspettata; nè siamo soli a rallegrarci, ma tutte queste monache, per loro grazia, danno segni di vera allegrezza siccome molto hanno compatito ai miei travagli. La stia aspettando con grande desiderio, e ci rallegriamo di vedere il tempo tanto tranquillo. Il signor Gerri partiva stamane con la Corte per Pisa, ed io a buon'ora l'ho fatto avvisare del quando V. S. torna qua; che quanto alla spedizione, egli la sapeva e me n'aveva dato parte jersera. Gli ho anco detto la causa per la quale V. S. non gli ha scritto, e sonomi lamentata perchè egli non potrà ritrovarsi qua all'arrivo di V. S. per compimento delle nostre allegrezze, essendo veramente persona molto compita e di garbo.

Altro non posso dire per carestia di tempo, se non che a lei ci raccomandiamo affettuosamente.

In fatto Galileo fu presto restituito alla patria e alla sua cara villa d'Arcetri. Oltre la consolazione di trovarsi libero di sè e fra' suoi cari amici e discepoli, avrà goduto di poter conversare frequente colla figlia, nel vicino convento. Ma nell'aprile seguente l'angelica creatura tornava al cielo. Così Dio dispose. Ostinandoci a cercare l'uomo di casa sotto lo scienziato, non sappiamo tenerci dal riferire due suoi biglietti casalinghi. Da Arcetri, il 16 agosto 1636 scriveva al ben noto frà Fulgenzio Micanzio: