Ho ricevuto una lettera da Monaco da Alberto Cesare mio nipote, la quale mi ha fatto lacrimare nel leggere il caso memorabile successogli nel fuoco di quella città; mentre, oltre al perder la madre con tre sorelle fanciulle, e un fratello, il poco che avevano andò tutto in fiamme e fuoco; ond'egli con un suo minor fratello restarono ignudi... È mirabile nel suono del liuto. Venendo lo tratterrò più che potrò appresso di me, sperando che debba essermi di sollevamento alla malinconia che, da alcuni giorni in qua, più del solito mi aggrava in questa mia solitudine, dove le sole lettere della S. V. R. mi sono di notabile refrigerio; come anco altre che da remote regioni mi pervengono in testimonio della mia in quelle bande conosciuta innocenza, e del manifesto torto che mi vien fatto.
In altra lettera allo stesso, 12 novembre 1636:
Quando succeda di riscuotere il semestre della mia magra pensione in Brescia, mi sarebbe caro che il denaro fosse investito là in tanto refe da cucire, dove lo fanno candidissimo e bello al possibile, e lo desiderei di diverse grossezze; e con esso mi sarebbe caro che fossero mescolate alcune cordelline e cordoncini, che alcune monache li intrecciano e annodano in alcune figure di gigli e altre bizzarrie bellissime, che poi qua per me saranno regali graziosi per presentare a mie parenti monache e fanciulle secolari.
Noi fummo sempre fedeli a quelle che Carlyle intitola The hero-worship, il culto de' grand'uomini: e piuttosto che il divertimento de' piccoli di rovistare le debolezze di questi, ci parve che l'umanità guadagni ogni qualvolta una grande si mostra meritevole della stima, disputatagli da falsi testimonj.
Come ci piacque, tra la magnifica fierezza di Roma imperiale, cercar la solitudine della Tebaide, e là requiara l'animo facendo la carità insieme coi pii e forti romiti: come dalle fragorose grandigie di Luigi XIV ci riposarono i dotti e fermi solitarj di Porto Reale, così dal turgido stile, e dalla pomposa vanità del Seicento ci consolò il candido scrivere di questa fanciulla, pari alla quale non so se saprebbe idearne una il genio fecondo del miglior romanziere. Ed è pura storia.
1856.
TECLA
— Tecla! Tecla!» Ode il grido, dal letto
Balza Tecla, al verone s'affaccia.