— Ora (disse) egli è pazzo; la sventura e la prigionia gli hanno fatto smarrir la ragione per sempre, ma siete voi altri che l'avete reso pazzo; e quando l'avete gettato in questa prigione, gettaste qui il più gran talento della nostra età.»
Quindi ce ne partimmo, e d'allora in poi egli non parla che di Salomone di Caus. Addio, mio caro e fido Enrico; ritornate al più presto; e non siate tanto felice, che non vi resti un po' d'amore per me.
Il libro rimesso dal custode al marchese di Worcester era certamente quello, che l'infelice Salomone di Caus aveva pubblicato nel 1613 col titolo: Le ragioni delle forze motrici con diverse macchine tanto utili quanto dilettevoli. Il pensiero di alzar l'acqua per mezzo della forza elastica del vapore appartiene dunque a lui. Quarantott'anni dopo, il marchese di Worcester credette poterselo appropriare, senza timore di udirsene tolta la gloria. Gli Inglesi, sommi applicatori d'idee nuove, mostrano spesso una ciarlataneria senza pari. L'amor nazionale non richiede che si facciano prede nel dominio intellettuale dei vicini, nè che il frutto della rapina e dell'audacia venga qualificato come prima proprietà.
Franklin, Parmentier, Montgolfier, Jaquard, Riquet, trovano naturalmente posto fra gli artigiani anteriori al 1789, quando l'elevazione dal terzo stato e il furore rivoluzionario e gli artefizj de' diplomatici e il fanatismo erudito e i tanti malanni furono guidati dalla Provvidenza ad effettuare la rigenerazione della povera plebe.
Or chi volesse intendere la vita dell'artigiano di Parigi, dico dell'artigiano galantuomo, eccone uno schizzo:
«L'operajo è senza forse una delle fisonomie più caratteristiche del nostro mondo sociale: occupa un luogo distinto, e per necessità del suo lavoro trovandosi spesso in contatto con tutte le classi della società, non ritrae nulla della fisionomia d'alcuna di esse. Prima di tutto, egli è lui. Di natura libero, tiene molto di quel lasciar correre, che non trovasi che nelle nature vergini, e non l'udreste mai proferir cattive parole e stizzose. Quando motteggia, il suo pensiero è fecondo di arguzie, di rado v'entra il sarcasmo: quando è in collera; il suo petto si dilata, i suoi occhi mandano lampi, la sua voce è tonante, e la parola divien secca e fiera; ma, siccome dopo la procella vien sereno, così la collera sua nasconde un cuore pieno di perdono.
«Lavorare, poi lavorare, sempre lavorare; ecco il compendio della vita dell'operajo. S'alza dalle cinque alle sei per recarsi al telonio; notate per parentesi che egli abita d'ordinario all'estremità della città e la sua officina è all'estremità opposta; e al suono della campana entra nel lavorerio, e vestitosi, si pone all'opera. Il vestito di lavoro consiste nel levarsi la sopraveste, rimboccar le maniche della camicia, affibbiar un grembiule al corpo con una coreggia di cuojo. Dalle sette alle nove i martelli e gli strumenti lavorano a forza di braccia; alle nove la campana dà il segno della colazione. Allora le trattorie vicine, da due a tre soldi il piatto, aprono la loro affumicata caverna ai molti abituati; l'operajo può mangiare a suo bell'agio, ha tutto il tempo d'essere gastronomo, avendo per sè un'ora onde assaporare e digerire: alle dieci la campana rintocca, e l'operajo s'affretta al suo posto, e fin alle due lavora, raddoppiando d'ardore e d'attività: e il lavoro gli par più leggero e agevole. Alle due, ecco di nuovo la campana pel pranzo, che tosto incomincia. La trattoria è puntuale; e non finirono ancora di scoccar le due all'orologio bisunto che orna la sala dell'ostessa, che i piatti sono a loro luogo sulla tavola, impregnando l'aria del loro equivoco profumo. — A tavola! a tavola! Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e l'operajo slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta nulla. Egli ha la sua politica particolare, e fa ogni giorno de' bei sogni, e sù questi bei sogni si fabbrica un avvenire di gloria e di prosperità, finchè, un soffio di vento non venga a rovesciare il castello di carta ch'egli con tanta cura e compiacenza s'era edificato. La campana manda ancora il suo avviso, e al nome del lavoro le chimere sono sparite. L'operajo ripiglia la fatica, ma lo strumento non è più maneggiato così destramente come prima; lavora però con coraggio, e il direttore non ha nulla a ridire. Fra qualche ora il giorno sarà finito, e gli lascerà un momento d'intera libertà, e allora potrà ronzare giù giù per le vie della città a lento passo. Questo pensiero gli fa dimenticare per un momento che lo strumento gli sta ozioso nelle mani, ed allora incominciano fra i vicini mille ciarle a bassa voce, che si perdono in un mormorio confuso. L'uno narra una piacevole avventura di cui fu testimonio il mattino venendo all'officina; l'altro fa a modo suo l'analisi del nuovo melodramma; questi, padre di famiglia, parla del bimbo che ha a balia; quegli deplora lo scarso salario... Ma zitto! La fedele campana alza la voce: l'ora beata dell'uscire è scoccata, e questa volta la campana risonò più chiara e viva, quasi avesse serbato per quest'ora il tintinno più lieto. Allora colle braccia fra le braccia, colla fisonomia aperta, il portamento leggero, i figliuoli dell'officina se ne vanno, ricambiandosi ad alta voce quelle grosse facezie, così spiritose ed ingenue.