Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e l'operaio slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta nulla. (Pag. 171).
«Nulla v'ha di sì grave come l'interno d'un'officina: tutti questi uomini attenti al lavoro, ch'adoperano lo strumento con un ingegno così preciso, che non s'interrompono mai senza un perchè, col corpo chino sul banco, nudi le braccia e il petto, il volto pensieroso, la bocca serrata, e continuano per ore intiere, quanto è ammirabile! Nell'operajo l'emulazione opera per tutti i versi. Scegliete un terreno vergine, seminatevi del buon grano, e vedrete tosto le spighe rigogliose ondeggiar il capo dorato ai raggi del sole; ma se, invece del buon grano, la vostra mano inesperta vi getta del loglio, anche la pianta parassita s'alzerà vigorosa. L'operajo è terreno vergine, giacchè, uscito dalla turba popolare, educato fra le privazioni e i travagli di una vita, spesso afflitta dalla miseria, il suo cuore, non corrotto dai diletti del lusso, si abbandona a tutte le impressioni, presta fede al bene, e capisce a stento il male.
«S'ammoglia per tempo, poichè, abbandonato a sè, ha bisogno d'affetti che addolciscano la vita; affetti, di cui solo la donna possiede il secreto. Non conosce e non frequenta che la figliuola dell'operajo, ed i suoi voti non vanno più in su. La figliuola dell'operajo è pudica, è gentile, ama il lavoro, e vale insieme un patrimonio e una felicità. — Che cosa dunque chieder di più? Le parla, e qualche mese dopo ottiene la licenza di farsi fare l'abito nero di cerimonia, e d'ordinare il pranzo da nozze.
«Dal giorno in cui l'operajo andò in abito nero a dire il sì, la sua indole muta improvvisamente, e perde l'amabile spensieratezza; conserva sempre la forma primitiva, ma con alquanto minor naturalezza e bonarietà. Jeri non aveva da pensar che a sè; oggi ha eseguito l'atto più grave di sua vita; atto che gl'impone quindi innanzi d'essere non solo onesto, ma regolato ed assiduo lavoratore. Non più ore di riposo, rubate talvolta al tempo del lavoro, e trascorse a fantasticare un avvenire felice. Non più quelle belle e buone infingardaggini soddisfatte, col capo al sole e la pippa in bocca. La giovane moglie minaccia d'essere feconda, e i mesi di balia non son che di trenta giorni, e non fanno credenza. Fa egli allora di molte sottrazioni al suo preventivo, perchè, senza di ciò la masserizia soffrirebbe un vuoto ben difficile a riempirsi da operaj che non hanno che una mercede fissa, senza eventualità. Prima del matrimonio, l'operajo andava a teatro tutti i lunedì: ora ragion vuole ch'egli goda questo spasso sol una volta il mese. Gli abiti d'un giovane non devono più esser quelli d'un ammogliato. Questi non è più padrone di sè, come l'altro, e dalla sua condotta dipende il bene della moglie e de' figliuoli. Egli cura adunque di porsi in istato di soddisfare alle spese imprevviste, che non sono sempre le più lievi d'una casa.
«La domenica, riposo e festa. Sei giorni d'un lavoro faticoso sono un nulla quando la domenica promette di far bello, e la paga del sabato è abbastanza rotonda. Quel giorno l'operajo si alza più tardi, computa con compiacenza i piaceri che la domenica promette; s'adorna degli abiti più belli; e della più bella cera, vestito di panno, col cappello sulle ventitrè, si rivolge verso le alture dei sobborghi: colla sua donna al braccio, e con orgoglio seguìto da due o tre bimbi, che vanno dritto dritto per la loro strada, senza mai guardarsi indietro.
«Le passeggiate della domenica o del lunedì non impediscono all'onesto artigiano di pensare al suo avvenire ed a quello della famigliuola. Ogni mese va a deporre religiosamente alla Cassa di Risparmio la modica somma, che potè economizzare sul salario del lavoro, o limitando i suoi piaceri, o riducendo i bisogni alla stretta necessità. Fra quindici anni comincerà a raccogliere i frutti della sua buona condotta; mariterà decentemente le sue figliuole con una piccola dote; allogherà forse i suoi figliuoli, dei quali avrà fatto dei buoni operaj come lui; e quando le forze verranno a mancargli cogli anni, avendo avuto il senno di riporsi un tozzo pel tempo delle infermità, avrà il conforto di vedersi allo schermo della necessità, e di finir i suoi giorni onorati sotto al modesto suo tetto, invece d'esser costretto a bussare alla porta d'un ospizio, e chiedervi per Dio un asilo alla sua debole decrepitezza.»
Così sia, vorremmo dire: ma invece dobbiam dire, Così fosse! Un tempo fu di moda ritrar la vita sotto colori ridenti; l'idillio è vecchio quanto la società. Poi venne il momento che si adulava al popolo cioè al vulgo, perchè si aspettava che diventasse re: e nulla è più triviale che questo blandire ai futuri regnanti. Pur beato se con ciò s'intendeva offrir un modello di quel che dovrebbe essere, e di eccitarlo ad essere. Supponiamo quest'intenzione al nostro autore; ma la statistica, coi numeri inesorabili, già allora rivelava un aspetto ben differente. Bulwer, che pur dipinse la Francia con colori rosati, trova fra gli operaj di Parigi ubbriaconi i cappellaj, i pittori e arti analoghe, soprattutto i conciatori e gli operaj di porto; viziosi e malviventi i sartori; i filatori di cotone tanto miserabili, da esser fino incapaci di vizj; gli ebanisti, pazzi pel bere, ma tranquilli; gl'imbianchini beoni e infingardi, gli scarpellini beoni e sventati. A Lione, la gran città manifatturiera, 100,000 che lavorano alle sete sono all'infimo dell'istruzione, della pulitezza, della moralità, e si abbandonano per nulla a quel furore, con cui si rivela il mal contento degli esseri degradati. Carlo Dupin valuta che venti milioni di Francesi non prendono mai cibo animale, ma solo patate e grano turco; sette milioni e mezzo mangiano poco o nulla di pane; ma orzo, riso, polenta gialla, castagne, legumi, patate in acqua, e niun altro combustibile che stoppie e scopa. Lorain, nel Prospetto dell'istruzione primaria in Francia, asserisce esservi cantoni di quindici o venti Comuni, dove non si rinverrebbe una scuola; e fin nel dipartimento di Senna e Loira v'è un Comune dove il notajo conduce sempre seco i testimonj, perchè non troverebbe chi sapesse firmare; e in molti Comuni del dipartimento di Lot e Garonna e dell'Orne interi consigli municipali sono di inalfabeti. In ricambio (lo sappiamo) v'è la sapienza universale dei Parigini, e i tesori profusi nella Biblioteca, nell'Istituto, nelle altre fondazioni, destinate a concentrare anche l'istruzione, mentre l'importanza consisterebbe nel diffonderla. Ma il dio della Francia è la gloria; e questi fatti possono chiarire sì le subitanee rivoluzioni, sì il valor vero del suffragio universale.
Fortunatamente il nostro tema non ci conduce a snudare quella corruzione e quelle miserie, ad esagerare le quali si affinò l'ingegno di declamatori, che poi non avevano nè un suggerimento per alleviarle, nè un conforto per lenirle. Basta l'aver accennato questo tema a una democrazia non cianciera, non irritante, non rivoluzionaria: che confessa la schiavitù agli arbitrj non esser più avvilente della schiavitù all'ignoranza; che sa il miglior modo d'innalzare il popolo essere l'educarlo, e indurgli l'abitudine di una regolare applicazione e del contare sopra sè stesso fin dall'infanzia per combattere le difficoltà della vita; che infine non si propone di impedir le lagrime, inevitabile eredità originale; sibbene di farle meno acerbe, di non lasciar che tolgano il coraggio di convertirle in miglioramento od in espiazione.
1851.