PRIMI STORICI E POETI

Piacevano alla boria aristocratica queste propagini semidivine; piaceva alla politica del Tevere il mostrarsi in parentela colla vantata Grecia, che abbracciando come sorella, voleva incatenare come serva; piaceva alla Grecia consolarsi della perduta indipendenza col riguardare la vincitrice qual sua creatura. In questo consenso d’interessi non è meraviglia se le origini greche prevalsero nelle credenze, e fatti e nomi nuovi o alterati mescolarono ed elisero le indigene tradizioni[271].

Di Scipione Africano fu cliente, compagno nelle spedizioni, e inesauribile panegirista Quinto Ennio,210-169 di Rudia in Calabria, centurione in Sicilia e nella Spagna, e donato della cittadinanza per cura di Fulvio Nobiliore, Ennio studiava Omero di giorno, lo sognava la notte, e credeva l’anima di quello fosse in lui trasmigrata; poi vantava d’avere tre anime perchè sapeva osco, greco e romano; e volendo all’Italia aggiunger la gloria de’ carmi, scelse per tema di un’epopea la prima guerra punica; imitando però i Greci, de’ quali introdusse il verso eroico. Da’ suoi frammenti egli trapela austero repubblicano e buon amico. Diceva che Roma durava perchè conservatrice degli antichi costumi, Moribus antiquis res stat romana, viresque: eppure questi da’ suoi Scipioni più che da altri erano inforestieriti; ed egli stesso contribuì alla corruttela latinizzando l’opera di Archestrato sulla cucina, e quella dove Eveemero combatteva la religione, dimostrando che gli Dei erano uomini vissuti e morti.

PRIMI STORICI E POETI

I Romani nella tumultuosa pienezza della loro vita riguardarono gli studj meno come occupazione da uomo, che come distrazione e abbellimento. «I più assennati (scrive Sallustio) attendeano agli affari; nessuno esercitava l’ingegno senza il corpo; ogni uom grande volea mentosto dire che fare, e lasciava ch’altri narrasse le imprese di lui anzichè narrar esso le altrui». De’ libri aveasi sospetto, quasi intaccassero le istituzioni e la religione patria; e consoli Cetego e Bebbio, essendosene in un campo dissotterrati alcuni antichi, il console Petilio li fece bruciare perchè trattavano di filosofia[272]. E per filosofia forse intendeasi, come poco tempo fa da noi, l’incredulità e l’epicureismo. A questi greci maestri guardavasi dunque coll’ombra solita in chi si sente da meno; i caldi patrioti li chiamavano scrocconi e ladri[273]; si rideva quando Plauto introduceva sul teatro il parasito Curculione a dire:—Bada ch’io non sia arrestato da questi Greci, che passeggiano con lunghi mantelli, e coperti la testa: carichi di libri, portano nello stesso tempo i rilievi della mensa; hanno l’aria di unirsi per conferire insieme, ma non sono che birbi incomodi ed importuni; camminano sempre presidiati di sentenze, ma bazzicano la taverna; quando hanno fatto qualche ribalderia, s’inviluppano il capo, e trincano a josa, ed è bello vedere la loro gravità barcollante».

EDUCAZIONE

Anzi più volte la legge interdisse retori e filosofi, «presso de’ quali i giovani perdono le giornate»; forse per tôrre a questi la presunzione, facile compagna dello scarso sapere, e impedire contraessero il vizio de’ Greci di prestare alle parole la cura, che meglio è dovuta alle cose. Pure Catone a suo figlio colle leggi e colla ginnastica, cioè l’equitazione, il volteggiare, la lotta, il nuoto, l’armeggiare, insegnava anche gli elementi delle belle lettere[274]: e già eransi introdotte scuole, tenute generalmente da liberti, ove insegnavasi a leggere, scrivere, far di conto ai maschi e alle fanciulle indistintamente; quelli che a maggiore erudizione aspirassero, passavano a maestri di letteratura greca, e si compiva l’educazione con un viaggio in Grecia e nelle città dell’Asia anteriore, per ascoltarvi i rinomati precettori d’eloquenza e filosofia. D’arti belle pochissimi apprendeano, e fu incolpato Paolo Emilio perchè, alla greca, faceva istruire i suoi figliuoli anche da pittori; pochissimi la musica; molti invece la danza, per la quale si prese passione, disapprovata indarno dai più severi; e Scipione Emiliano diceva:—S’insegna alle fanciulle ad acquistar grazie indecenti; vanno accompagnate da arpe e da lire, coi giovani scapestrati, nelle scuole degli istrioni, ove sono istruite a cantare. Presso i nostri avi, siffatti esercizj disonoravano qualunque persona libera: al giorno d’oggi, fanciulle, giovanetti di nobili famiglie frequentano scuole di danza, e si mescolano a fanciulle prostitute. Quando io udivo narrare tali disordini, non potevo persuadermi che cittadini stimabili dessero siffatta educazione a’ loro figliuoli: fui condotto in una di queste scuole, e colà io ne vidi, il credereste? più di cinquecento dell’uno e dell’altro sesso. In quel numero, oh obbrobrio per la repubblica! ve n’aveva uno adorno della bolla d’oro, il figlio d’un candidato, di circa dodici anni; egli danzava col sistro in mano; mentre non si permetterebbe che uno schiavo impudico si atteggiasse a quella maniera»[275].

COSTUMI ALTERATI

Anche Plauto deplora questa mutata educazione:—Forse che a questo modo eravate governato voi nella vostra giovinezza? Sino a vent’anni, uscendo, non vi era permesso scostarvi d’un passo dal precettore. Se non eravate alla palestra prima del levar del sole, il maestro vi puniva non leggermente. Là si faticava a correre, a lottare, a lanciar giavellotti e il disco, a rimbalzare la palla, a saltare, a combattere a pugni, e non a far all’amore con bagasce. Ritornato dalla palestra e dall’ippodromo, voi andavate, in vestito semplice, a sedere s’uno scannello a fianco del vostro precettore; leggevate, e se aveste fallato una sillaba, la correzione rendeva la vostra pelle più maculata che il mantello d’una nutrice».—Altre volte (ripiglia) uno arrivava agli onori per suffragi del popolo mentre obbediva ancora al precettore: al presente un garzoncello di sette anni, se è toccato, rompe la testa al maestro colla sua tavoletta. Se ne fa richiamo ai genitori? il padre risponde al furbacciuolo: Bravo, figlio mio; io ti rinnegherei, se tu ti lasciassi soperchiare. Si chiama il precettore: Ah vecchio imbecille! guardati di maltrattare questo fanciullo perchè ha mostrato aver cuore. E il precettore se ne va colla testa involta in un pannolino, inoliato come una lanterna».

Plauto e Terenzio non fecero quasi che mutare in latino le commedie greche; e Terenzio respinge l’accusa di plagio col solo titolo di non aver usato la traduzione di verun altro: pure le relazioni esterne, il diverso modo di vedere e sentire, il grado differente di civiltà delle due nazioni, e in conseguenza il differente gusto, obbligavano questi traduttori a mutazioni importanti, e ad avvicinare sempre più il costume a quel del paese, acciocchè meglio si prestasse al riso e all’istruzione. Pertanto possiamo riscontrare alcune particolarità romane, singolarmente in Plauto, il quale, men colto, ricorre alla propria esperienza più spesso che alla memoria; e forse per questo, comunque sgradito ai più schifiltosi, continuò a piacere al popolo, che vi riconoscea ritratti gli originali a sè vicini: ai buoni invece, cioè agli aristocratici, rimase caro Terenzio per soavità di verso, dilicatezza di stile, urbanità di sali, tutti dedotti dal greco.