Benchè già il lusso s’introducesse, e sembrasse lesineria l’usare un vaso d’argilla ne’ sagrifizj agli Dei[276], e gli addobbi comparissero più vistosi, e i cocchi manifestassero il fasto, per quanto ancora grossolani e da villa[277]; sentesi però ne’ cittadini suntuosità, non eleganza; e al modo prisco, abitavano in Roma solo in tempo degli affari, il resto dell’anno in villa, a gran rammarico dei parasiti[278].

Le donne singolarmente moltiplicavano in vanità, in servi ed operaj[279], dedicati alle varie parti del loro assetto in casa; s’impadronivano delle redini, massime se inorgoglite da pingue dote, e dopo che la legge le autorizzò a contrar nozze senza spossessarsi dei beni; e tiranneggiavano quelli che dalla legge erano destinati a loro tiranni[280]. Dopo l’acquisto della Sicilia erano straordinariamente cresciute le sciagurate che metteano a prezzo l’affetto e la voluttà: i padri scontravansi rivali coi figli nelle case della disonestà[281], ove i giovani o portavano le vesti e il denaro sottratto in casa, o v’erano condotti non meno dal libertinaggio che dal desiderio di rubare il bello e il buono, vizio che non deposero tampoco ai più floridi giorni dell’Impero[282].

Anche dai frammenti de’ satirici, chi gli accetti con misura può dedurre come fossero alterati i costumi. In Ennio troviamo le donne già raffinate nell’arte di piacere e di tener a bada i diversi amanti[283]. Lucilio rimbrotta i Romani che portano miele in bocca e coltello a cintola, e fingendosi probi, agevolano gl’inganni nella guerra di tutti contro tutti[284]. Turno rinfaccia ai poeti gli osceni canti, con cui mettono in postribolo le vergini muse[285].

LUSSO

Poi il lusso crebbe a segno che, avendo la legge Oppia cercato porvi un freno nelle maggiori strettezze della guerra d’Annibale, le donne levarono a rumore la città, correndo senza ritegno e senza pudore a minacciare di non divenir più madri: le donne, che fin il molle Scipione Africano si lagnava di vedere educate da mime e cinedi, a sonare di cetra, a menar danze, e in mal onesti prestigi[286]. Nè il lusso era avvivatore delle arti, come fra un popolo industre, giacchè alimentavasi col rubare ai nemici e smungere i clienti: e sottentrata la cupidigia del guadagno, i senatori costruivano navi con cui fare trasporti.

Conosciuta la Grecia Magna e la propria, arricchirono subitamente delle dovizie d’Antioco, di Perseo, di Corinto, avendo ricevuto in contribuzioni di guerra da censessanta milioni ne’ soli dodici anni fra il ritorno di Scipione a Roma e il fine della guerra d’Antioco; altrettanto in preziosità portate ne’ trionfi; e non minori somme aveansi carpite uffiziali e soldati. Lucio Scipione mostrava in trionfo mille ducentrentuno dente d’elefanti; Flaminio e Fulvio più di cinquecento statue, e scudi d’oro e d’argento, e vasi cesellati; Acilio fin gli abiti d’Antioco; Paolo Emilio un valore di quarantacinque milioni.

RICCHEZZE

A che stentare nell’agricoltura quando così facilmente poteasi arricchire colla guerra e col rubare? Quella dunque si neglesse; e i poveri divennero miseri, mentre gli altri guazzavano nell’opulenza. Più non si sofferse la parsimonia avita; il superfluo sembrò necessario, rustichezza la temperanza; case splendide, banchetti fra suoni e canti, e codazzo di servi, e costose compre d’oggetti di lusso furono l’aspirazione universale. Uno schiavo bello fu pagato più che un fertile campo; più alcuni pesci che un par di bovi: la gola, il sonno, le oziose piume, i profumi, le meretrici e i bardassi sbandivano l’antica morigeratezza. Già si additavano con maraviglia quegli Elj, quel Tuberone che ancor viveano sobrj e pudichi; e avendo esso Tuberone ne’ funerali di Scipione Emiliano apparecchiato il banchetto pubblico in vasi di terra e su tappeti di lana caprina, stomacò il popolo a segno che gli negò la pretura[287].

NEVIO