I Cartaginesi ridotti all’estremo, osano un ultimo sforzo;146 e lavorando uomini, donne, fanciulli, scavano traverso alla rupe una nuova uscita al loro porto, ed avventano contro dei Romani un’altra flotta, compaginata col legname delle demolite abitazioni. Alcuni a nuoto s’avanzano fin presso le macchine, e di repente emergendo accendono fiaccole, e vi gettano fuoco. Scipione Emiliano d’assalto entra in Cartagine, eppure i cittadini difendono ancora via per via, casa per casa, durante sei giorni e sei notti; ed empiono de’ loro cadaveri la patria perita. Novecento disertori ricoverati nel tempio d’Esculapio, prevedendo qual sorte gli attendesse, posero fuoco a quell’asilo e perirono tutti. Il generale Asdrubale, che avea sempre intrepidamente diretto gli sforzi de’ suoi cittadini, negli estremi perdette il coraggio, e si prostrò al vincitore; ma sua moglie, rimasta cogli ultimi difensori, non volendo sopravvivere alla patria, sale sul fastigio del tempio vestita d’abiti sfarzosi, ed imprecato ogni male al marito disertore, si precipita coi figli nelle fiamme.

De’ superstiti Cartaginesi parte fu dispersa per Italia e per le provincie; 4,470,000 libbre d’argento ornarono il trionfo di Scipione Emiliano, nel quale si riprodusse il soprannome di Africano. Molti preziosi capi d’arte, fra cui il toro di Falaride, furono restituiti alla depredata Sicilia; donate ai re di Numidia le biblioteche, eccetto i libri di Magone sull’agricoltura, che furono portati a Roma e tradotti; smantellate tutte le città favorevoli a Cartagine, le contrarie ingrandite di territorio; attribuito agli Uticesi quant’è fra Cartagine ed Ippona; gli Africani sottomessi pagassero un annuo tributo, e lo Stato cartaginese fosse ridotto a provincia col titolo di Africa. D’ordine del senato, Emiliano condusse l’aratro attorno alle mura, ripetè le rituali imprecazioni che doveano rendere gli Dei nemici alla causa vinta; poi le fiamme in diciassette giorni consumarono la città, dopo sette secoli d’esistenza, e uno e mezzo di lotte con Roma.

COMPIANTI SU CARTAGINE

Questo sterminio senza scopo e senza ragione formò la gloria della colta famiglia de’ Scipioni che sempre vi s’era opposta, la gloria d’Emiliano, personaggio lodatissimo per dolce natura, e di cui fu proferito «non aver mai operato o detto cosa che non fosse degna di lode». Ma Roma nell’idea di lode non comprendeva mai quella di umanità, e a tutto ciò che non fosse romano mancava per lei ogni valore, ogni motivo di rispetto. Emiliano, vedendo lo strazio di tanta città, stette assorto in mesto silenzio, poi sospirando esclamò coll’Ettore di Omero:—Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada». Chiesto da Polibio che intendesse per Troja e per gente di Priamo, egli, senza nominar Roma, rispose che meditava come gli Stati più poderosi alla loro volta dibassino e rovinino, secondo piace alla fortuna[310].

Seduta trionfalmente sulle macerie di Cartagine e di Corinto, Roma poteva proclamare il trionfo della forza sopra l’industria; nessun nuovo nemico si presentava, sufficiente al tremendo duello; ai vinti non rimaneva vigore d’agitarsi sotto al pilo dei soldati d’Italia. Solo contro il gran furto delle aquile latine protestarono gli Spagnuoli, tremendi sempre nel difendere la patria indipendenza. Insorti, e sterminato il pretore Sempronio Tuditano197 coll’esercito suo, cominciarono una guerra micidialissima sì per la popolazione colà raffittita, sì per la natura de’ luoghi montuosi e degli abitanti.

INSURREZIONE DELLA SPAGNA

Si univano gl’Ispani in numerose fratellanze, congiurate per la vita e per la morte; nè uno mai falliva o sopravviveva agli altri consorti. Spirando in croce, i prigionieri con belliche canzoni insultavano ai loro carnefici; una madre cantabra scannò il figlio anzichè lasciarlo in balìa de’ nemici; un altro, per ordine del padre, rese la libertà ai genitori incatenati uccidendoli. Battuti più volte, non vinti mai, portavano allato il veleno pel caso d’una sconfitta: trovavansi ridotti schiavi? assassinavano i padroni, o mandavano a picco i bastimenti su cui erano caricati. Rilevata una rotta, fecero dire ai Romani vincitori:—Vi lasceremo uscire di Spagna, se ci diate un abito, un cavallo, una spada per ciascuno».

Ogni arma adopravano dunque i Romani contro di loro, e più quelle dove i nemici meno valevano, l’astuzia e il tradimento, suscitando querele da fratelli a fratelli; e indeboliti gli aggredivano. Licinio Lucullo nella Celtiberia, Servio Galba nella Lusitania, in aspetto d’amicizia, offersero pingui terreni agli indomiti Ispani, e come li videro stanziati in sicurezza di pace, li scannarono, e Galba151 andò glorioso del macello di trentamila difensori dell’indipendenza.

Gli Ispani ripagavano d’eguale moneta; onde la campagna della penisola era sì temuta, che i tribuni della plebe domandavano l’esenzione pei loro protetti; e non ottenendola, li sottraevano col chiuderli prigioni. Fulvio Nobiliore console ebbe da loro una tal rotta, che quel giorno restò nefasto nel calendario,188 come quello della battaglia di Canne. Pure Catone e Sempronio Gracco, guerreggiando a lungo nella Spagna citeriore (Castiglia ed Aragona), ed assalendo i Celtiberi nel proprio nido, oppressero quanto è fra l’Ebro e i Pirenei,179 e vantarono d’aver espugnato quegli quattrocento, questi trecento città. Nella ulteriore Publio Cornelio Scipione, Postumio ed altri vinsero i Lusitani, i Turditani, i Vaccei (Portogallo, Leon, Andalusia), e poterono gloriarsi d’aver soggiogata tutta la penisola. I proconsoli, spediti a tenere in freno queste belve indomite, vi satollavano la propria avarizia coll’esercitare il monopolio delle biade, ed affamare il paese.