TERZA GUERRA PUNICA
Le sconfitte di Roma non ne alterarono la costituzione; Cartagine dopo la rotta di Zama restringeva l’autorità dei magistrati in modo, che prevalse il popolo; e questo fluttuava per impeti, mentre a Roma decideva un senato accorto e calcolatore. Fu merito dei sommi generali di cui fu fortunata, se Cartagine talvolta pose in dubbio la decisione della fortuna: ma l’educazione non dirigeva essenzialmente a formare eroi; non serbava ai vincitori la solennità dei trionfi; nel mezzo delle vittorie i capitani si vedevano incagliati dalla gelosia o dal sottilizzare finanziero; doveano paventare la sconfitta che li sottoponeva ad un processo; e il pericolo della croce stava sugli occhi del generale allorchè meditasse una battaglia. Roma invece esce incontro al console vinto a Canne, lo ringrazia di non avere disperato della patria, e dà ogni aver suo, spoglia i tempj e le donne per fornire un nuovo esercito.
E il nuovo esercito vinse, e obbligò Cartagine a vergognosa pace. Il dispetto dell’umiliazione tornò in favore Annibale; e poichè seimila cinquecento mercenarj, avvezzi con lui a vincere e predare, lo rendeano arbitro della disarmata patria, e’ si fece nominar sufeto e cominciò riforme: la perpetua magistratura de’ gerusj ridusse annuale; migliorò le finanze esigendo crediti antiquati, richiamando al fisco il mal tolto, e convincendo che il reprimere i concussori frutta meglio che un tributo nuovo; i soldati oziosi occupò a piantare ulivi, sperando coll’agricoltura e col commercio risanguare la svenata città, cui destinava far centro d’una gran lega contro Roma. Ma guaj alle riforme troppo tarde! Annibale soccombette e dovè esulare, lasciando la patria in quella debolezza che proviene dall’essere abbattute le istituzioni vecchie, non istabilite le nuove.
Se ne incalorirono le fazioni, e la patriotica cacciò in bando quaranta dei fautori dello straniero, i quali ricoveratisi a Massinissa,153 lo istigarono contro la repubblica. Egli estese le sue usurpazioni, e tuttochè ottagenario menò in persona la guerra; preso in mezzo l’esercito punico, lo affamò, e ne uccise cinquantottomila. Roma avea mandato ambasciadori, i quali, se l’evento uscisse prospero per Cartagine, le intimassero di deporre le armi ed osservar la pace. Vedendola invece colla peggio, inanimarono il Numida, del quale 150Cartagine comprava la pietà con nuove cessioni, e condannando come rei di Stato i consigliatori di quella guerra. Ed ecco Catone comparire nel senato di Roma, e traendo di sotto la toga dei fichi che pareano appena côlti,—Questi (dice) tre giorni fa erano attaccati al loro ramo ne’ giardini di Cartagine. E voi tollererete così prossima una tale città?»
ULTIMI SFORZI DI CARTAGINE
149Strana ragione per distruggere un popolo! eppure gli è menata buona, e Roma intima a Cartagine che, avendo violata la pace, s’aspetti il castigo. I consoli Manilio Nepote e Marcio Censorino partono con ottantamila fanti, quattromila cavalli, cinquanta galee da cinque file di remi, oltre innumerevoli navi di trasporto, e l’ordine di non cessare finchè Cartagine non sia diroccata. I Cartaginesi non trovandosi pari all’attacco, spediscono nuovi ambasciadori con piena autorità d’accettare qualsiasi condizione, e perfino di rimettersi alla discrezione de’ Romani, purchè si risparmii la città. Questi, inorgogliendo a misura che vedevano abbassarsi la rivale, chiedono fra trenta giorni trecento ostaggi delle primarie famiglie. Parve enorme la condizione, eppure si sottomisero; e fra il pianto de’ genitori e il fremito de’ generosi, i trecento partirono. I consoli si riservarono di far conoscere la volontà del senato quando giungessero ad Utica; ed affinchè l’eccesso non portasse i Cartaginesi alla disperazione, proposero una ad una le condizioni: prima di fornire l’esercito di grani, poi di consegnare tutte le triremi, poi tutti i tormenti da guerra, da ultimo tutte le armi, giacchè non n’aveano bisogno se veramente deliberati alla pace. Duemila macchine e ducentomila armadure compite furono consegnate: ben perdute veramente se non si sapeva usarle all’ultima difesa della patria.
Come li vedono sguerniti e incapaci di sostenere un assedio, i consoli intimano che la città sia demolita, gli abitatori prendano stanza a tre miglia dal mare, cioè dove non possano più attendere a navi nè a commerci nè a pericolose speranze. S’erano i Romani obbligati a risparmiare la città; ma in loro lingua civitas significa gli abitanti, non le abitazioni!
Storditi a tal colpo, per alcun tempo i Cartaginesi non seppero che piangere, desolarsi, e quali lamentando i figli dati in ostaggio, quali imprecando agli avi che non avessero preferito una morte gloriosa ai turpi patti subìti; poi vergognandosi di se stessi, mutano lo sgomento nella disperata risoluzione di non soggiacere all’infame sentenza. Subito son chiuse le porte, uccisi tutti gli Italiani; qualunque metallo rimane è convertito in armi, qualunque officina in armeria; ogni dì si fabbricarono cento scudi, trecento spade, cinquecento lancie, mille dardi; le donne si recidono le trecce per farne le cocche; gli schiavi sono chiamati a libertà. Asdrubale, capo della fazione nazionale, che maltrattato da’ suoi, era fuoruscito, e menava ventimila uomini contro della patria, si riconcilia, riduce ad obbedienza la campagna, ed ajuta a respingere i consoli e incendiare la flotta; e Cartagine si conforta di almeno soccombere con onore. Benchè i Romani adoprassero contro di essa ogni arte murale, e la percotessero con un ariete mosso da seimila fanti, e con un altro spinto da innumerevoli rematori (Appiano), l’accortezza d’Asdrubale e il valore de’ Cartaginesi eludeva gli assedianti.
147Pareva che la vittoria nelle guerre puniche fosse fatata al nome degli Scipioni. Emiliano, figlio di quel Paolo Emilio che vinse Perseo, adottato da Scipione Africano, portato console innanzi l’età, è spedito in Africa; salva l’esercito da gravissime strette, raccoglie l’eredità dell’estinto Massinissa, prende un quartiere di Cartagine, circonvalla l’istmo con un muro turrito da cui padroneggiare la città, e le interdice i viveri; poi aggiungendo i riti sacri, proferisce contro Cartagine la rituale imprecazione per inimicarle gli Dei e per consacrare alla vendetta delle Furie chiunque resista a Roma[309].
CARTAGINE DISTRUTTA