DEPRAVAZIONE

Però quando una repubblica stia in mano d’un corpo qual era il senato romano, poco importa si cambino i personaggi; chè la loro scomparsa è immantinenti da altri riparata. E per verità, come sperare il miglioramento privato, e quel disinteresse che pospone se medesimo alla patria, quando dal pubblico venivano esempj di corruzione; quando a Catone la censoria severità non toglieva di procedere con astuta ed immorale politica; quando la cabala, il raggiro, e subdole astuzie, e aperte violenze calpestavano o eludevano il diritto delle nazioni; quando i censori stessi davano l’esempio della prevaricazione; e Lepido, principe del senato e pontefice massimo, adoprò il denaro pubblico a costruire una diga per preservare i proprj fondi a Terracina; e un messo del senato in Illiria ricevette denaro per fare un ragguaglio favorevole; e un Metello, richiamato di Spagna ove sperava gloria e potenza, disordinò l’esercito; quando si ricusava il governare provincie non ricche, e vendeansi congedi ai soldati; quando i messaggieri in pien senato faceano vanto ai generali d’avere ingannato con finte tregue Perseo; quando alle strida de’ popoli spogliati, venduti, uccisi, il senato si contentava di rispondere che non fu per suo decreto; quando istituito un tribunale permanente (quæstio perpetua) onde punire le concussioni, i senatori che lo componevano facevansi indulgenti per denaro ricevuto, per connivenza di corpo; quando generali portavano guerre senza averne ordine, eppure n’ottenevano onori trionfali perchè sostenuti da parentela e da clienti; quando tutto si valutava a denaro, e stima ottenevasi in proporzione dell’avere[308]; quando non si cercava che corrompere per acquistare il diritto di estorcere, estorcere per aver mezzi di corrompere, e il prosperamento della repubblica non guardavasi che come un mezzo d’ingrandire se stessi, e ricompensare i proprj aderenti?


[CAPITOLO XVI.]

Terza guerra punica.—La Spagna vinta.

Insuperbita di tanti vinti nemici, non contenta d’aver domato l’emula Cartagine, Roma aspirava a distruggerla. Gravandola della maledizione del væ victis, sempre nuove umiliazioni ne esigeva; offendevala e si lamentava: stile dei prepotenti. Cartagine, ridotta inerme e disanguata, vacillava come i popoli in agonia, ora tramando con altri deboli, ora cercando giustizia da un popolo che non ascoltava più se non l’interesse.

PARALLELO FRA ROMA E CARTAGINE

Massinissa re di Numidia, padre di quarantaquattro figliuoli, fiero ed irrequieto vecchione che la morte pareva rispettare per sciagura di Cartagine, denunziava questa or di dare ascolto ad Annibale, or d’avere nottetempo nel santuario d’Esculapio ricevuto emissarj del re Perseo; poi ne invase città e provincie. Cartagine, che per patto non potea muover guerra senza assenso di Roma, a questa ne portò querela; e Scipione Africano, mandato a farne ragione, non volle disgustare sì prezioso alleato: pure Roma, temendo che quella repubblica si unisse a Perseo,181 le assicurò l’integrità del territorio; ma che? poco stante il Numida occupa un’altra provincia e settanta città o villaggi, e Roma il lascia fare. Lo stesso Catone censore, spedito a conciliare questi dissidj, mostrossi così parziale ed inflessibile, che i Cartaginesi ne ricusarono l’arbitramento. Quel severo ed orgoglioso più non dimenticò l’affronto, e non rifiniva di consigliare,—Distruggete Cartagine». Gli Scipioni, o godessero di lasciar sussistere quel vivo trofeo della gloria loro, o temessero che Roma s’infiacchisse quando fosse cessato l’instante pericolo, sconsigliavano dall’annichilare l’emula città: il censore, al contrario, anche per l’irreconciliabile sua avversione ad essi, ne andava rammentando la gran vicinanza e la popolazione crescente; e qualunque mozione facesse in senato, conchiudeva sempre,—Opino inoltre si deva distruggere Cartagine».

Bastava conoscer Roma per prevedere che il partito più violento prevarrebbe; e la città fenice, colla fatalità solita alle cause soccombenti, scavavasi di propria mano la fossa. Oltre la fiacchezza naturale d’un’aristocrazia di ricchezze, nella quale anche le cariche più elevate si conferivano per denaro, vedemmo sorgervi e crescervi le fazioni, guidate dalla famiglia dei Barca, ricchissima ed incline alla guerra, e da Annone che, per contrariarli, consigliava la pace ad ogni costo. I disastri di Spagna e d’Italia, e infine la rotta di Zama scassinarono la potenza dei Barca, ma non li tolsero d’avere principale autorità nel senato. Finchè si dilatò col commercio e colle colonie, Cartagine venne in fiore, ed in quattro secoli si era resa donna dei mari, capitale dell’Africa, rispettata, quieta: innestatale dai Barca l’ambizione delle conquiste, quei che le importava di tenere amici pel commercio avversava come guerriera; i vascelli, convertiti in uso di battaglie, cessavano dal portar merci lucrose; le spese sottigliavano l’erario quanto il commercio l’aveva impinguato; i cittadini non bastavano a guerre grosse; le città suddite maltrattate vi si prestavano con ripugnanza; di modo che bisognava soldare stranieri, i quali non combattendo per la patria, potevano o dettarle legge, o disertare al nemico, o divenire un’arma pel generale che aspirasse ad abbattere la libertà.

Al rompersi delle ostilità con Roma pareva tutte le contingenze andassero propizie alla città africana; essa ricca, essa potente in mare, essa padrona di mezza Sicilia e d’altre isole del Mediterraneo, da cui poteva sbarcare minacciosa nei porti dell’indifesa rivale. Ma Roma a forza di guerre s’invigorisce; cresce coll’assimilarsi i vicini e dilatare i proprj dominj; ha cittadini guerrieri dall’infanzia, o formati negli utili travagli dei campi e nella robusta povertà; mentre i Cartaginesi crebbero al banco e nei traffici, ed ogni via di guadagno tengono per buona e ambita perchè reca al potere. Cartagine fidava negli alleati e nel denaro, Roma soltanto in sè: e mentre questa immobile stava sulla sua rupe, l’altra scivolava sopra arene d’oro. Quel coraggio disperato che crea le vittorie o ripara le sconfitte, mancava ai Cartaginesi; vinti, temono di perder tutto e piegano: mentre i Romani nella peggiore estremità mettono all’incanto il terreno su cui è accampato il nemico; e se questo propone la pace, gli rispondono:—Va fuori d’Italia, e tratteremo».