Diceva pure che i savj imparano dai matti più che questi da quelli, giacchè essi evitano gli errori in cui vedono cadere i matti, mentre i matti non imitano i buoni esempj de’ savj. Ingiuriato da un libertino,—Troppo è disuguale la contesa fra te e me; tu odi volentieri le scempiaggini e volentieri le dici; io m’annojo a intenderle, e non uso a dirne». E ad un vecchio vizioso,—La vecchiaja ha tante deformità, che non conviene unirvi anche quella de’ vizj».

«Egli superava (dice Tito Livio) di gran lunga plebei e patrizj, anche delle più illustri famiglie: di sì grand’animo e ingegno fornito, che, in qualunque condizione nato egli fosse, formata avrebbe la propria fortuna. Non vi ha arte veruna nel maneggio de’ pubblici e de’ privati affari che a lui fosse ignota: amministrava con egual senno gli affari della città e que’ della campagna. Altri salgono a sommi onori per lo studio delle leggi, altri per l’eloquenza, altri per la gloria dell’armi: egli ebbe l’ingegno così ad ogni arte adatto, che l’avresti creduto nato unicamente a quella, qualunque fosse, a cui rivolgevasi. Coraggioso nelle battaglie, famoso per illustri vittorie, fu generale supremo: nella pace peritissimo delle leggi, eloquentissimo nell’arringare; e ne rimane tuttora in onore l’eloquenza, consacrata ne’ libri d’ogni argomento da lui composti».

Dei quali Cicerone, giudice molto competente, diceva: «Qual uomo fu egli mai Catone, Dei immortali! Lascio in disparte il cittadino, il senatore, il generale d’eserciti; a questo luogo cerco sol l’oratore. Chi più di lui grave in lodare? chi più ingegnoso ne’ sentimenti? chi più sottile nella disputa e nell’esposizione della causa? Le cencinquanta sue orazioni ridondano di cose e di espressioni magnifiche...; tutte le virtù d’un oratore vi si trovano. Le sue Origini poi, qual bellezza e qual eloquenza non hanno esse? È vero che antiquato n’è lo stile, e incolte alcune parole, chè così allora parlavasi: ma svecchiale, aggiungivi l’armonia, adorna lo stile..., e non troverai chi anteporre a Catone»[302]. Meglio d’ogni lode vale quella sua definizione, che l’oratore è un galantuomo che sa ben parlare. E noteremo questa particolarità che, avendo stesa la storia di Roma fin ad Annibale, tacque i nomi, descrivendo le imprese; quasi temendo che la gloria di Roma dovesse rimanere minorata dalla gloria d’individui[303].

Voi comprendete come accanito dovesse costui combattere le novità romane.—I ladri privati (intonava) arrivano ai ceppi ed alle sferze; i pubblici nuotano nell’oro e nella porpora. Fremete sui mali che l’avvenire ci prepara. Assaporammo le delizie di Grecia e d’Asia; le nostre mani han preso i tesori dei re: padroni di tante ricchezze, a poco andare ne saremo gli schiavi.... Gli antichi in giorno di festa si contentavano di due piatti per desinare. Col recarci le statue di Siracusa, Marcello introdusse fra noi pericolosi nemici: più non odo se non gente che ammira il marmo e lo scalpello di Corinto e d’Atene, cuculiando i nostri numi d’argilla»[304].

Mal soffriva le persone pingui «tutte ventre»; nè quelle dedite alla gola, poco acconciandosi con chi avea più sentimento nel palato che nel cuore. Stando censore, propose leggi suntuarie, con gravi imposizioni sul lusso donnesco, e prescrizione pei conviti; ammonì molti uomini consolari, a molti cavalieri tolse il cavallo, sette senatori fece condannare, tra cui quel Flaminino infamemente crudele coi Galli (pag. 323), ed uno perchè si era lasciato scorgere dalla figlia a baciar la moglie; impedì il trar le acque di pubblico uso ad abbellimento di case e giardini privati, mentre egli raddrizzava strade, purgava cloache, edificava portici e la basilica Porzia. Qual meraviglia se molti malevoli si attirò? e fin quarantaquattro accuse dovette sostenere; ma il popolo lo onorava, e nel tempio della Salute gli pose una statua per avere risarcito la declinante repubblica[305].

CATONE E GLI SCIPIONI

Non si creda però che le massime lo garantissero dalle passioni; esercitò l’usura allora più infamata, la marittima; talvolta s’avvinazzava; in casa teneva tresche con una serva, e ad ottant’anni sposò la figlia d’un suo cliente. Forse non meno del patriotismo aveva parte il livor personale nella sua contrarietà verso gli Scipioni. Fin quando stava questore in Sicilia, avendo accusato l’Africano di soverchia suntuosità e d’imitare troppo i Greci, questi il rimandò dicendo:—Non so che farne d’un questore così appuntino; delle imprese devo io render conto, non delle spese». Catone legossela al dito, e citò gli Scipioni a dar preciso conto delle entrate e spese nella guerra d’Antioco. Si potea dire veramente ch’essi l’avessero condotta a senno e conto proprio, guerreggiando anche dove il popolo non avea decretato, regolando a talento le paci; e chi saprebbe quali somme avessero smunte dall’Asia e dai successori d’Alessandro, impinguati dalle spoglie del mondo?

Scipione Africano, suntuoso in tutto, cinto di poeti, i quali cantavano che dal Levante e dalla palude Meotide non v’era uom pari a lui[306], operava da principe, rifuggendo dall’eguaglianza repubblicana a segno che ai giuochi pubblici fece stabilire posti distinti pei senatori. Questo contrapposto di Catone, sentendosi citato, salì la tribuna, e—Romani, in questo giorno medesimo, auspici gli Dei, vinsi in Africa Annibale e i Cartaginesi. Ascendiamo in Campidoglio a ringraziare i numi, e pregarli vi diano sempre dei capi a me somiglianti». E tutti, popolo, tribuni, giudici, accusatori, il seguirono in Campidoglio con un trionfo ancor più segnalato dei primi, ma dove il vinto non era Annibale, non Siface, bensì la integrità delle leggi repubblicane. E avendo dappoi i tribuni messo in accusa il fratello di lui, esso il tolse loro di mano, e lacerò i registri, dicendo:—Renderò ragione di quattro milioni di sesterzj io, che ne feci entrare nel tesoro ducento milioni, senza conservare per me altro che il titolo d’Africano?»

Qui respira ancora l’eroismo patrizio: ma se alcuni esclamavano contro l’ingratitudine di chiamare in giudizio sì alti personaggi, altri sosteneano che, in buona repubblica, nessuno deve elevarsi di sopra delle leggi; e prevalse la voce popolare, che tende ad uguagliar tutto, fin la vera superiorità del merito, e che perciò sì spesso è tolta per maschera dall’invidia. E poichè s’insisteva nell’accusa, Scipione andò esule volontario a Linterno nella Campania, dove i tribuni nol molestarono, ma neppure lo richiamarono; ed egli eludeva la noja cogli studj, cogli183 esercizj ginnastici, coll’amicizia di Lelio e del poeta Lucilio[307], e morendo fece scrivere sulla sua tomba:—Ingrata patria, non avrai le mie ossa».

L’inquisizione fu continuata contro suo fratello; e sovra proposta dei tribuni Petilio e Nevio, fiancheggiata da Catone e passata per voto unanime delle trentacinque tribù, si sentenziò che Scipione Asiatico, per fare più larghi patti ad Antioco, ne avea ricevuto seimila libbre d’oro e quattrocentottanta d’argento più di quelle riposte nell’erario; Aulo Ostilio suo legato, ottanta d’oro e quattrocento d’argento; Cajo Furio questore, centrenta d’oro e ducento d’argento. Tanto erano lontani i tempi di Fabrizio e di Cincinnato! La povertà di Scipione, il quale non trovossi in grado di soddisfare la multa, parve argomento di sua incolpabilità; non si soffrì che gli Scipioni andassero nel carcere ov’essi aveano condotto i re stranieri: ma l’aristocrazia era ferita nel cuore; Catone fu inanimato a proseguire le indagini, alle quali chi poteva omai sottrarsi se gli Scipioni avevano soccombuto?