Atrocità o nel delitto o nel processo; ed altri se ne moltiplicarono, e in un anno solo censettanta donne furono convinte d’avere avvelenato i mariti per passare a nuovi. Che dirò delle cerimonie onde s’invocava la vittoria o si celebrava, come il sepellire uomini vivi, o scannarli a torme ne’ trionfi?
DEPRAVAMENTO DELL’OPINIONE
In quel tempo la filosofia greca era caduta in mano de’ Sofisti, i quali, per esercizio di argomentazione, sosteneano il vero e il falso, l’identità della virtù e del vizio; Panezio, amico di Scipione Emiliano, sillogizzava che tutto finisce colla morte[295]; Diogene, Critolao, Carneade venivano a spargere il dubbio su tutto, e dipingere la giustizia e la morale come un trovato dei legislatori; Ennio cantava che gli Dei vi sono, ma non si brigano di ciò che gli uomini facciano[296]; nè mancava chi fin il culto verso la patria conculcasse, dicendo che patria è dove si sta bene[297]. Fin d’allora i letterati non gareggiavano di ben dire, ma di dir male, palleggiandosi quelle contumelie, in cui ancora s’imbragano i loro imitatori[298]: Plauto, dopo aperta una commedia coll’elevarsi al cielo dove risiede la giustizia che tutto vede e governa, la chiude colle lodi del tornaconto, esser onore la ricchezza, e sanzione del dovere l’utilità: Lucilio fa che gli Dei Consenti si burlino degli uomini che li chiamano padri, e che Nettuno si trovi imbarazzato da un’argomentazione da cui, dice, Carneade stesso mal saprebbe tirarsi.
Tante esterne guerre e lotte interne erano riuscite a distruggere la classe media che è nerbo degli Stati, e collocare una nobiltà orgogliosa e precocemente depravata sopra una plebaglia scioperata, misera, pretensiva. Que’ ricchi e magistrati che lavoravano di propria mano e attendevano ai campi, divenivano rari ogni dì più; e volgeansi piuttosto ai guadagni, con arte qual si fosse[299].
CATONE CENSORE
Terribile alla novità e all’aristocrazia fu la censura di Marco Porcio Catone. Questo plebeo,234-143 sagace come dinotava il suo nome (catus), coraggioso in atti, eloquente e mordace in parole, di diciassette anni militò contro Annibale; indi abitando in Tusculo sua patria, la mattina girava le città del contorno, facendo gratuitamente da patrocinatore; poi reduce, mettevasi a lavorare i campi co’ suoi schiavi, com’essi ignudo, mangiando con essi, al par di essi bevendo vinello. Pure agli occhi suoi quegli schiavi non erano che bestiame; li comprava, istruiva e rivendeva; e diceva che un buon capocasa dee vendere le carrette vecchie, le vecchie sferre e i vecchi servi. Avea fissato una tassa agli schiavi che volessero abbracciare una schiava; dopo ciascun convito facea frustare quelli che si erano mostri negligenti nel servizio; alimentava fra loro continue dissensioni, per impedire i pericolosi accordi.
Il suo podere stava presso a quello ove Curio Dentato, dopo ottenuti tre trionfi, avea passato gli ultimi anni ripastinando la terra e congegnando macerie; e sulla propria esperienza dettò censessantadue precetti De re rustica, nel tono imperioso d’un padrone a schiavi, senza connessione o varietà, nè anco forbitezza di stile, della quale pure mostravasi geloso nelle altre opere. Abbonda di formole magiche e superstiziose osservazioni. Alla pitagorica, considera i cavoli come una panacea, vieta di dar nulla alle bestie malate per man di donne, regola secondo il numero ternario gl’ingredienti dei rimedj per le giovenche, e pretende guarire le lussazioni con carmi magici[300]. Predicava meraviglioso l’uomo che acquista maggiori beni che non glien’abbiano lasciato i suoi antenati[301]; ed al vero lo riconosciamo nel Carmen de moribus, ove dice:—Potrebbe tornar conto il procacciare lucro dal commercio, se pericoloso non fosse, od esercitare l’usura se fosse onesto. Ma gli avi nostri stanziarono che il ladro pagasse il doppio della somma involata, l’usuriere il quadruplo, mostrando così tenere l’usurajo peggiore del ladro. Quando poi voleano dare a un cittadino l’elogio maggiore, sì lo chiamavano buon agricolo e savio massajo. Il mercadante sottiglia a guadagnar denaro, ma lo stato suo l’espone ad ogni sorta pericoli e calamità. L’agricoltura in quella vece produce uomini robusti ed eccellenti soldati; presenta il vantaggio più onesto e sicuro, nè da altri invidiato; a chi v’attende, non rimane tempo di pensare il male».
E Catone è il modello dell’antica austerità, il flagello della irruente depravazione; il nome suo dinota fin ad oggi proverbialmente un severo incontaminato. Valerio Flacco ammirandone l’austerità, lo chiamò a Roma, dove, spalleggiato dai Fabj,178 diventò colonnello, questore, console, poi censore insieme coll’antico suo patrono. Ito nella Spagna pretore, congedò gli abbondanzieri dicendo che la guerra nutrirebbe se stessa: in trecento giorni prese quattrocento città o borgate, che all’istess’ora fece tutte smantellare: immenso bottino riportò all’erario, ma nell’atto d’imbarcarsi vendette il proprio cavallo di battaglia onde risparmiare, diceva, al fisco la spesa del tragitto. Aveva fatto tutte le marcie a piedi, recando le proprie armi, con solo uno schiavo che gli portasse quel poco da vivere: ottenne il trionfo, ma non appena deposto il paludamento solenne, andò come semplice colonnello contro Antioco il Grande; e il generale lo abbracciò al cospetto dell’esercito, e confessò dovere a lui solo la vittoria delle Termopile, e lo spedì a recarne la nuova a Roma. Amministrando la provincia di Sardegna, cacciò gli usurieri, e abolì le spese che i sudditi doveano fare per onorare i pretori. Vestiva poveramente, marciava pedestre a capo d’eserciti; nè il pranzo gli costava più di trenta soldi; e diceva che non è mai buon mercato una merce superflua, costasse pure tre quattrini.
Per moda ammiravasi la Grecia? ed egli a vilipenderla; non volle conoscerne la letteratura, e rimbrottava suo figlio di porvi studio; e se più tardi guardò in Tucidide e Demostene, severamente li giudicava; Socrate gli pareva un ciarliere che con novità pericolose turbasse la patria; appuntava Isocrate di lasciar incanutire i discepoli nella scuola, talchè ormai non potevano andar a perorare che agli Elisi: aveva in orrore i medici di quella nazione, dando voce ch’e’ si fossero assunto di tôrre dal mondo tutti i Barbari, compresi i Romani; soprattutto esecrò l’eloquenza loro, massime dopo che udì i sofismi di Carneade.
Non risparmiandola a popolani nè a ricchi,—Come mai (esclamava) salvare una città, dove un pesce si vende più caro d’un bue? O Romani, voi siete simili alle pecore, che tutti insieme vi lasciate menar da persone, cui niuno vorrebbe affidarsi... Se diveniste grandi mercè delle virtù, non volgetevi in peggio: se per l’intemperanza e i vizj, cambiatevi, giacchè per queste vie cresceste abbastanza». Di quei che brigavano per aver cariche,—E’ mi somigliano a persone ignare della strada, che han bisogno del littore che li preceda». E perchè spesso si nominavano a magistrati gli stessi,—Convien dire che le cariche consideriate di ben poca importanza, o troviate ben pochi che le meritino». Vedendo far la corte a re Eumene perchè lo dicevano buono,—Sarà; ma un re è per natura una bestia vorace: e nessun re de’ più vantati pareggia Epaminonda, Pericle, Temistocle, Curio Dentato».