TRIBÙ

Delle tribù discutemmo altrove l’origine (pag. 159 e seg.): ognuna dividevasi in dieci curie, da dieci genti ciascuna con un curione[312]. Trenta erano le tribù sotto Servio Tullio: espulsi i Tarquinj, si ridussero a venti: dopo che dai vinti Sabini vi migrò tutta la gente Claudia, s’aggiunse la tribù Crustumina. All’aumento della popolazione non si potè badare nel tempo che i due Ordini lottavano per la libertà interna; ma respinti i Galli, si riparò al danno recato da questi col concedere la cittadinanza a Vejo, Capena, Faleria, formando le tribù Stellatina, Tromentina, Sabatina, Arniese, che tanto giovarono nella guerra contro i Latini. Profligati questi, Roma li mutò in cittadini nelle tribù Mezia e Scapzia, e poscia i Volsci nella Pontina e Publilia, gli Ausonj nella Oufentina e Falerina, gli Equi nell’Aniese e Terentina, i Sabini nella Velina e Quirina; restando così il numero di trentacinque, che più non fu oltrepassato[313]. Quattro erano urbane, cioè la Collina, l’Esquilina, la Palatina, la Suburrana; le altre rustiche: e poichè alle prime vennero aggregati quelli destituiti di patrimonio sodo, le rustiche rimasero sempre in maggiore onoranza. Possedeano esse quel che chiamavasi agro romano, che però non era uniforme e compatto in giro a Roma, attesochè fin presso alle porte di questa v’avea città straniere, come Tivoli e Preneste, sul cui circondario poteva da sè esigliarsi chi volesse prevenire una condanna. Il popolo romano originario sommava appena alla metà; ma diviso in ventuna tribù, contava ventun voti, sicchè, quantunque la sovranità sembrasse comunicata, ne rimaneva pur sempre l’esercizio ai veri Romani.

CLASSI

Oltre questa divisione d’origine e locale, un’altra ne fu introdotta quando si ruppero le barriere aristocratiche, onde aggregare le case nobili col Comune plebeo in modo, da proteggere le franchigie di questo, pur lasciando ai patrizj il governo. Il popolo fu dunque partito in sei classi[314], a proporzione delle facoltà: nella prima, chi possedesse più di centomila assi di beni tassabili; nella seconda, chi settantacinquemila; nella terza, chi cinquantamila; nella quarta, quelli di venticinquemila; nella quinta, quelli di dodicimila cinquecento; gli altri erano accumulati nella sesta; e di sotto a tutti rimaneano gli erarj, che allo Stato contribuivano denaro, ma non servizio militare, nè davano suffragio. Il censo o catasto, dov’erano registrati tutti i cittadini e l’avere di ciascuno, rinnovavasi ogni cinque anni.

Con ciò all’aristocrazia di origine sottentrava l’aristocrazia di ricchezza; le quistioni interne di Roma si dibatterono fra ricchi e poveri, fra possidenti e no; e l’arte con che un tempo i nobili rimoveano dal dominio i plebei, l’esercitarono i ricchi per escludere i poveri.

CENTURIE

Le sei classi comprendevano diverso numero di centurie; cioè la prima novantotto, venti la seconda, terza e quarta; la quinta trenta; l’ultima una sola; non contando tre centurie di fabbri militari. Ogni centuria esprimeva un voto complessivo; sicchè di quante più centurie era composta una classe, maggior denaro contribuiva all’erario ed uomini agli eserciti, e maggiori voci avea ne’ comizj. Pertanto la prima classe bastava da sola a preponderare a tutte le altre insieme; e qualora le sue novantotto centurie concordassero nel voto, non occorreva interrogare le altre. I cittadini godevano dunque autorità differente secondo la classe; tanto maggiore quanto più ricchi, e quanto minori di numero nella propria centuria.

Il potere supremo repubblicanamente risedeva nell’assemblea dei cittadini. Da prima convocavansi secondo le curie, cioè le famiglie dei Quiriti unite da un culto, e votavano i capicasa, costituendo una compatta aristocrazia: poi i comizj curiati si ridussero a mera formalità, conservata soltanto per rispetto agli auspizj onde convalidare i testamenti e le leggi delle tribù, ma il popolo più non v’interveniva, e le trenta curie non erano rappresentate che dai trenta littori, i quali solevano un tempo adunarle.

COMIZI

La plebe vi aveva sostituito i comizj tributi. Le tribù, che erano da principio divisioni locali e religiose, presto si convertirono in politiche attorno ai tribuni, ed ebbero assemblee proprie con diritto d’eleggersi i tribuni e gli edili, e nelle quali non era mestieri degli auspizj, privilegio dell’aristocrazia. Estesero poi le proprie attribuzioni, sino a rendere obbligatorie anche ai patrizj le loro risoluzioni; vi eleggeano le cariche inferiori di Roma e tutte quelle delle provincie, il pontefice romano ed altri sacerdoti; conferivano la cittadinanza; giudicavano di alcune trasgressioni, passibili di ammende.