Den, don profondo.
Dun collina (terminazione frequente).
Is, ios basso, inferiore (Isombria, Isso).
Mag pianura (Magenta, ecc. e molte terminazioni).
Taur o Tor alto, montagna (Torino).
Veran terra, contrada (Verano, Verona, ecc.).
Abbondano i paesi nell’alta Italia, simili di nome a quei della Gallia: come, a dirne pochi, Missaglia (Massalia), Arluno (Arlun), Olona (Olonne), Moncucco, Montbar, Pallanza, Nogarete, Arlate, Asso, Lecco e Leucate, Gessate e Gesates, Adda e Abduatici, Canturio e Cantuaria, Brivio e Brives, Canzo e Kent, ecc. Molti più sono i nomi di radice celtici: Piacenza da plac ed ent bella abitazione; Felsina da fel grassa e zin abitazione; Crema e Cremona da crem grasso e mon luogo; Marignano da mar sopra e nan riviera; Bologna da boun estremità e on montagna; Canossa da can rupe e oc alto; Modena da mot fortezza; Reno da ren acqua corrente; Monteveglio a’ confini bolognesi e Montevecchio in Brianza da mon monte e vell fortificazione; Almeno da al vicino e man monte; Lugano da logh e an acqua tranquilla; e le tante terminazioni in ago, in ate, in duno, comuni all’Italia e alla Gallia. Potremmo aggiungere alcuni numerali, estranj al greco, e conformi al celtico: viginti, che in bretone dicesi ugent; centum, che in bretone hant; mille, che mil in gallico.
Il signor Lombardini adunò un copiosissimo parallelo di fiumi dell’Italia settentrionale con omofoni della Francia. Fin qui potrebbero attribuirsi ai Galli, dominatori dei due pendii delle Alpi: ma proseguendo, e’ ne rinvenne altrettanti nella Lunigiana e in tutta l’Etruria, non abitata mai da’ Galli (Vedi Mem. dell’Istituto lombardo, vol. iii); poi altri nell’Asia centrale, e dal Caucaso al mar Giallo. Il che convince che bisogna ampliare assai quell’assunto.
Nel secolo passato entrò la smania del celtico, giacchè accade agli uomini, la prima volta che imparano una cosa, di volerla applicare a tutto, e non vedere se non le somiglianze. L’eccesso screditò que’ sistemi, i quali presumevano da un ignoto spiegare il noto, e nella lingua e nelle arti celtiche, di cui sono scarsissimi e disputabili gli elementi, trovare l’origine e la spiegazione di monumenti e di parlari positivi: ma forse anche lo sprezzo eccedette. Le ricerche sul celtico furono ripigliate da A. Pictet, in una dissertazione coronata dall’Istituto di Francia il 1837. Ivi egli prova che le radici dell’idioma celtico sono la più parte identiche colle sanscrite; che il sistema delle consonanti è corrispondente nelle due lingue, e così le leggi eufoniche; che le derivazioni e composizioni di parole e le forme grammaticali del celtico si connettono a quelle del sanscrito, e trovano in queste la ragione delle anomalie. Ne conchiude che le due lingue, da sì gran tempo distinte, hanno però origine comune, e anche il celtico appartiene al ramo indo-europeo.
La linguistica infirma le induzioni troppo precise, dedotte da somiglianze verbali o lessiche, insegnando che le lingue del medesimo ceppo hanno radici comuni, e perciò facilmente si confondono una coll’altra le nazioni semitiche o le nazioni indo-germaniche. (Vedi la nota 15 del c. xxv).