[154] Così Evandro marita ad Ercole sua figlia Launa: e Laurina, figlia d’un altro Latino enotro, è sposata a Locro.

L’ultimo che scientificamente sostenne la venuta d’Enea nel Lazio fu Rückhert, in una dissertazione comparsa ad Amburgo il 1846 sopra Troja. Essendo i Trojani razza pelasga, la loro venuta risponde a quella de’ Pelasgi e de’ Tirreni. Perchè l’esser quel fatto talmente connesso con tutte le tradizioni romane faccia men repugnanti ad infirmarne la fede, si ricordino i sogni di tutti i nostri genealogisti del Cinquecento. Virgilio stesso, che poeteggiò la venuta de’ Trojani, confessa la scarsa efficienza di quella colonia, facendo che Giove assicuri Giunone non ne rimarrebbero mutati nè la lingua de’ prischi Latini, nè i costumi, nè il nome o le vesti:

Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt,
Utque est, nomen erit; commixti corpore tantum
Subsident Teucri; morem ritusque sacrorum
Adjiciam, faciamque omnes uno ore Latinos.

Æn. xii. 834.

[155] Secondo i Sabini, una fanciulla de’ contorni di Reati, fecondata da Marte Quirino, generò Modio Fabidio, che con vagabondi fondò Curi. Dionigi, ii. Ai Sabini era sacro il lupo, come fu ai Romani.

[156] Romolo sposa Ersilia. Dionigi (lib. ii. c. 12) avverte che Tazio eresse a Roma tempj a divinità, i cui nomi non è facile esprimere in greco. Ciò mostrerebbe un’origine diversa dalla ellenica. Le prime città latine, come Albalunga, Lanuvio....., e le famiglie più antiche, Giulia, Servilia, Metilia, Curiazj, Quintilla, Clelia..., non hanno etimologia greca.

[157] Il notissimo monogramma S. P. Q. R., invece del vulgato Senatus populusque romanus, è dal Niebuhr interpretato Senatus, Populus, Quirites Romani.

[158] Eppure l’esercizio delle arti meccaniche era espressamente vietato (Dionigi, ix), e tutte, eccetto poche attinenti a guerra, erano affidate agli schiavi.

[159] «Numa, siccome Romolo, acquistò il regno disponendo la città coll’augurio, e comandò che anche intorno a sè si consultassero gli Dei. Perciò dall’augure, che poscia per onore conservò questo pubblico e perpetuo sacerdozio, condotto nella rôcca, sedette sur un sasso vôlto a meriggio. L’augure sedette a sinistra col capo velato, tenendo nella destra una verga adunca senza nodo, che chiamarono lituo; e poi ch’ebbe determinato i punti nella città e nel campo, invocati gli Dei, segnò le regioni da oriente a occidente, e indicò siccome propizie le plaghe a mezzogiorno, infauste quelle a tramontana. Fissò in mente un segno di rimpetto, lontano quanto più potea la vista. Allora, trasferito nella sinistra il lituo, posta la destra sul capo di Numa, così pregò: Giove padre, se è tuo volere che questo Numa, di cui io tengo il capo, sia re di Roma, chiarisci a noi i segni tra quei confini ch’io prefinii. Allora con parole specificò quali auspizj voleva si mandassero; ottenuti i quali, Numa, dichiarato re, discende dal tempio». Livio, lib. i.

[160] È l’opinione di Schlegel. Plinio e Valerio Massimo narrano d’un cittadino, che, accusato d’avere ucciso un bue per imbandire a uno scapestrato, fu messo a morte. Columella dice che ammazzare il bue era colpa capitale. Come si concilia coi tanti sacrifizj di tori e coi suovetaurilia?