[168] Vedi l’Appendice IV.

[169] Fatto opposto alla vulgata lezione, ma attestato da Tacito: Nec Porsena, dedita urbe, neque Galli capta temerare potuissent; e da Plinio (Nat. hist. xxxiv. 39): In fœdere quod, expulsis regibus, populo romano dedit Porsena, nominatim comprehensum invenimus, ne ferro nisi in agri cultura uterentur.

[170] Orazio, vincitore dei Curiazj, come fratricida doveva esser condannato a morte; ma fu fatto appello al popolo, che, attesi i suoi meriti, lo assolse.

[171] Dionigi d’Alicarnasso, iii, 67, più attendibile che non Plutarco in Numa.

[172] Se fosse vero che ogni plebeo avesse per patrono un patrizio, come s’insegna nelle scuole, resterebbe inesplicabile la storia di Roma, che va tutta in lotte della plebe cogli aristocratici.

[173] Plutarco, in Romolo.

[174] Che i clienti votassero coi patroni non è asserito da alcun antico, e par ripugnante alla costituzione romana, che sempre ricusò la maggioranza del numero; ne plurimum valeant plurimi.

[175] Il vulgo potrebbe vedersi personificato in Bruto, plebeo, servo ribelle.

[176] Affare della statua d’Orazio Coclite.

[177] Fere nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus. Gajo, Instit. i. 55. Del despotismo paterno ritrae il nostro nome di padrone.