Delambre pretende che nè Archimede nè Euclide avessero idea della trigonometria rettilinea, nè della sferica. Vedasi la sua memoria in fondo alla traduzione francese di Peyrard delle opere di Archimede. Parigi 1808.
[236] Da ubi consistam, et cœlum terramque movebo. Se è suo questo motto prestatogli da Pappo, e’ non si fece carico del vette. Ora, per ismuovere, non che il cielo, la terra, si richiede una leva tale, che, quando Archimede avesse potuto correre colla velocità d’una locomotiva a vapore, cioè quarantotto miglia l’ora, gli sarebbero stati necessarj quarantacinque bilioni d’anni per sollevare d’appena un pollice la terra. Vedi Neil-Arnott, Mécanique des solides, pag. 155.
[237] Degli specchi ustorj d’Archimede nessuna menzione fanno Polibio, Livio, Plutarco; ma solo Zonara e Tzetze, storici del Basso Impero, che alludono a passi perduti di Dione e Diodoro Siculo.
Se possa farsi uno specchio tale da incendiar una nave, fu discusso gravemente dagli scienziati. Parve risolvere la questione Buffon coll’esperienza, costruendo uno specchio formato di censessantotto specchietti, mobili in ogni senso, e curvati in modo da presentare una superficie convessa, talchè, come in una lente, tutti i raggi del sole vi fossero riflessi verso un unico objetto. Con questo s’incendiò una tavola grossa di abete alla distanza di cencinquanta piedi, essendo il 10 aprile, un’ora dopo mezzogiorno. Si aumentarono gli specchietti fino a ducenventiquattro, ed alla distanza di quarantacinque piedi vennero fusi de’ vasi d’argento in otto minuti. Alla distanza di ducento piedi si fece passar un bue, che cadde colpito.
Sopra tale costruzione, Monge avvertì la difficoltà di dover ad ogni istante cambiare la inclinazione degli specchi, atteso il moversi del sole, mentre non meno di mezz’ora si richiederebbe per infocare una nave. Quando Buffon diede questa spiegazione dello specchio d’Archimede, non si conosceva un passo di Isidoro da Mileto, che al tempo di Giustiniano scrisse περὶ παραδόξων μηχανημάτων. In uno dei quattro problemi che ci avanzano di quest’opera, egli si propone di costruire una macchina capace di accendere coi raggi del sole una materia combustibile fuori della portata del tiro. Trovando impossibile il conseguir ciò cogli specchi concavi, dimostra che Archimede potè ardere i vascelli di Marcello mediante l’unione di molti specchi piani esagoni. Il passo cui alludo, fu pubblicato da Dupuy nei Mém. de l’Académie, ecc. vol. xlii. Parigi 1774.
Peyrard, che tradusse Archimede, diede una nuova costruzione ingegnosa, la quale nel 1807 fu approvata dall’Istituto, calcolando che con cinquecentonovanta specchi da cinquanta centimetri di lato si potrebbe ridurre in cenere una flotta distante un quarto di lega. Ma dimostrato possibile il fatto, chi crederà che le navi romane stessero nell’immobilità necessaria perchè il fuoco s’attaccasse?
[238] Che pure lo disprezzava, con romanesca superbia dicendo: Humilem homunculum a pulvere et radio excitabo. Tusc. v. 33.
[239] Spesso ricorrono fra gli antichi queste armi parlanti: Agrigento mettea sulle sue monete il granchio, acragas in greco; Ancona un gomito, che in greco dicesi ancon; Turio, un toro, alludendo all’aggettivo tourios impetuoso, o al tauro. Più spesso ciò incontra pei nomi de’ triumviri monetarj, nomi che metteansi sulle monete battute sotto la loro direzione: così un toro su quelle di Thorio Balbo; un martello su quelle di Publicio Malleolo; un fiore per Manlio Aquinio Floro; un Giove Ammone cornuto per Quinto Cornificio; il pesce della porpora per Furio Purpureo; le sette stelle dei trioni per Lucrezio Trione; una musa per Pomponio Musa; un Saturno per Sestio Saturnino.
Vedansi: Paruta, Sicilia numismatica.