[228] Teofrasto, iv. 17; Plinio, xii. v.
[229] Diodoro accenna Dori ed Eolici, i quali sicilianizzavano.
[230] Suida, Lexicon ad vocem.
[231] Nel Busiride descriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono, i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie ciondolando si movono». Ap. Ateneo, Deipnosofistes, x. c. i. Così dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo, m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente». Ivi vi. c. 28.
[232] Vedi il suo elogio scritto dallo Scinà.
[233] Dell’ode, ove Orazio introduce a parlare Archita già morto, non saprei dar ragione se non supponendola tradotta o imitata dal greco. I primi versi
Te maris et terræ, numeroque carentis arenæ
Mensorem cohibent, Archita,
io penso non alludano ad operazioni geometriche da lui fatte, ma a qualche soluzione ingegnosa ch’egli abbia trovato dell’arenaria, su cui si esercitò anche Archimede, come or ora diremo.
[234] Lo narra Ateneo (v. 10); ma Montucla lo rigetta tra le favole.
[235] Il numero calcolato nell’arenaria di Archimede oggi si scriverebbe colla cifra 64, seguita da sessantun zeri. Questo parmi basti a confutare chi pretese (come l’insigne Charles negli Eclaircissements sur le traité De numero arenæ) che i Greci conoscessero il sistema numerico indiano, ove le cifre acquistano un valore di posizione. Taluno credette trovarvi la prima idea dei logaritmi. Teone d’Alessandria nel Commento fa merito ad Archimede d’avere, nella Catoptrica, scoperto la rifrazione, per cui i raggi passando pel fluido, fanno all’occhio un angolo più grande. Ideler, nel commento sulla Meteorologia d’Aristotele, radunò i passi relativi alla Catoptrica d’Archimede. Che questi s’occupasse di analisi indeterminata può indicarlo il problema in versi, scoperto da Lessing, e stampato nel giornale Zur Geschichte und Litteratur, Brunswick 1773. Ma che già prima i Pitagorici istituissero ricerche sui triangoli rettangoli aritmetici, l’attesta Proclo sulla proposizione 47ª del libro i d’Euclide. La formola di cui valeansi per formare un’infinità di triangoli siffatti, può esprimersi algebricamente: