[220] Eliano, ii. 4; Ateneo, xiii. 8. È apocrifa la raccolta di lettere di Falaride, che sino dal 1491 comparvero tradotte in italiano a Firenze da Bartolomeo Fonti, poi da Francesco Accolti d’Arezzo. Dodwel e Bentley disputarono intorno all’età di Falaride, senza accertarla.
[221] Timeo, ap. Diodoro, lib. xiii.
[222] Gellia era piccino e smilzo, e mandato ambasciatore a Centuripe (Centorbi), vi fu accolto a risate. Senza scomporsi egli disse:—«Agrigento ha persone belle e appariscenti, ma le manda alle città illustri e civili; alle piccole e scortesi ne manda di pari a me». Anche l’abate Galiani, quando fu presentato alla Corte di Francia come addetto all’ambasciatore di Napoli, piccolo e gobbo come era eccitò l’ilarità dei cortigiani; ond’egli, inchinandosi al re, esclamò: Sire, vous voyez un échantillon d’ambassadeur. Si rise, e i Francesi danno ragione e benevolenza a chi li fa ridere.
[223] Diodoro, xi. 72.
[224] Polibio, lib. xii. 22.
[225] Più tardi un tremuoto l’abbattè, Cesare riedificolla, Federico Barbarossa l’incenerì; rialzata, sofferse replicati assalti dai Turchi verso il 1593, e nuovi tremuoti, dai quali adesso si rifà.
[226] La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone, importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini, doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone. Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nel iv Delle leggi, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria, bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi. Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon legislatore!».
Il tedesco Arnold scrisse la storia di Siracusa fino a Dionigi. Si trova pure nella quarta parte della Storia greca di Mitford, ove Dionigi I è purgato dalle esagerate imputazioni degli scrittori originali.
[227] Cicerone dice che la decima del frumento di Sicilia rendeva ai Romani per nove milioni di sesterzj, a tre sesterzj comprandosi il moggio: dunque trenta milioni di moggia, ossia quattrocento cinque milioni di libbre a peso di marco, traevansi da quel terzo della Sicilia ch’era sottoposto alla decima. Dureau de la Malle, Économie politique des Romains, tom. ii. p. 376.
Oggi, che la coltura n’è tanto negletta, calcolano si asporti dalla Sicilia per nove milioni in agrumi, due in olio, oltre la soda e il tonno marinato e i solfi, suo oro.