[265] Il fatto è riferito da Diodoro ne’ frammenti, e da Appiano; Livio ne tace, come di molti altri. Fra Catanzaro e Crotone, mostrano la Torre d’Annibale, ov’è tradizione ch’egli s’imbarcasse.

[266] Τὸ τρίτον τῆς στρατιὰς Κέλτοι καὶ Λίγυες: Appiano.—Galli proprio atque insito in Romanos odio incenduntur. Livio, xxx. 33.

[267] Ne fanno segno ancora i nomi di Minuciano, Antognano, Petroniano, Sillano, Gragnano, Albiano, Elio, ed altrettali di colà. I Romani dovettero spingervi gli eserciti lungo la Garfagnana, risalendo da Pisa il Serchio fra valli anguste e scoscese pendici.

[268]

Ille triumphata Capitolia ad alta Corintho
Victor aget currum, cæsis insignis Achivis.
Eruet ille Argos, agamemnoniasque Mycenas,
Ipsumque Æacidem, genus armipotentis Achillei:
Ultus avos Trojæ, temerataque templa, Minervæ.

Virgilio, En. vi. 836.

[269] Valerio Massimo, lib. iv. cap. 4.

[270] Polibio, negli Esempj di virtù e di vizj, cap. 73, così narra la sua entratura con Scipione:—La nostra corrispondenza avea principiato da ragionamenti sui libri ch’egli mi prestava. Questa unione di cuore erasi già stretta alquanto, quando i Greci chiamati a Roma furono in varie città dispersi. Allora i due figliuoli di Paolo Emilio, Fabio e Publio Scipione, richiesero istantemente al pretore ch’io potessi restare con loro, e l’ottennero. Mentr’io stava in Roma, una singolare avventura giovò assai a stringere la nostra amicizia. Un giorno, mentre Fabio andava verso il fôro, ed io e Scipione passeggiavamo in altra parte, questo giovane romano in aria amorevole e dolce, ed arrossendo alquanto, meco si dolse che, stando io a mensa col suo fratello e con lui, sempre a Fabio volgessi il discorso, non mai a lui:—Ben conosco (soggiunse) che questa vostra freddezza nasce dall’opinione in cui siete voi pure, come tutti i nostri concittadini, ch’io sia un trascurato, di nessun genio per le scienze che al presente fioriscono in Roma, perchè non mi vedono applicarmi agli esercizj del fôro, nè volgermi alla eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei io farlo? Mi si dice continuamente che dalla famiglia degli Scipioni non s’aspetta già un oratore, ma un generale. Vi confesso che la vostra freddezza mi affligge.—Io restai meravigliato a un discorso, quale non mi attendeva da un giovine di diciott’anni; e—Di grazia (gli dissi) caro Scipione, non vogliate nè pensare nè dire che, se io comunemente rivolgo il discorso a vostro fratello, sia per poca stima di voi. Egli è primogenito, e perciò nelle conversazioni a lui mi volgo; e ancora perchè mi è noto che amendue avete i medesimi sentimenti. Ma io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a uno Scipione mal si addice l’essere infingardo. E ben si vede come i vostri sentimenti siano superiori a quei del vulgo. Quanto a me, io tutto sinceramente mi offro al vostro servizio. Se mi credete opportuno a condurvi ad un tenor di vita degno del vostro gran nome, potete di me disporre come vi aggrada. Quanto alle scienze, alle quali vi vedo inclinato, voi troverete bastevoli ajuti in quel gran numero di dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della guerra, di cui vorreste essere istruito, penso potere io esservi più utile d’ogni altro.—Scipione allora, le mani mie stringendo tra le sue,—E quando (disse) vedrò io quel dì felice in cui, libero da ogni altro impegno, e standomi sempre al fianco, voi potrete applicarvi interamente a formarmi lo spirito ed il cuore? Allora mi crederò degno de’ miei maggiori.—D’allora non più seppe staccarsi da me; il suo più gran piacere era starsi meco; e i diversi affari nei quali ci trovammo insieme, non fecero che stringere i nodi della nostra amicizia; egli mi rispettava come padre, io l’amava non altrimenti che figliuolo».

[271]

Nil patrium, nisi nomen, habet Romanus alumnus: Sanguinis altricem nunc pudet esse lupam.