I più trafficanti fra i popoli antichi furono i Fenicj, che aveano popolato di loro industria il lembo della Siria, ergendo le città di Tiro e Sidone; poi sulla costa settentrionale d’Africa fabbricarono quella Cartagine, che tanta parte rappresenterà nelle vicende italiane. I Fenicj empirono il mondo di loro colonie; e la traccia di queste e del loro commercio è simboleggiata nei viaggi dell’Ercole Tirio. Il quale raccontano che, per portar guerra al figlio di Crisaoro in Iberia, varcò lo stretto Gaditano, ove eresse le famose colonne di Abila e Calpe come confine del mondo e dell’ardire umano; sottomise la Spagna, indi fece ritorno per la Gallia, l’Italia, le isole del Mediterraneo. Una strada commerciale antichissima fra le Alpi serviva di fatto al commercio, e prolungavasi fin al Baltico, come si arguisce dall’ambra che di colà portavasi nell’alta Italia: e Romani e Greci che di qui la ricevevano, applicarono al Po il nome di Eridano, che è quello del fiume lontano, sboccante nel mare del Nord. L’opportunità fece dai Fenicj cercare altresì le isole nostre; e in Sicilia stanziarono lungamente, e v’introdussero il culto della dea Astarte, colà denominata Venere Ericina.
SARDEGNA
Da sarad, pianta del piede, vogliono traesse il vocabolo la Sardegna, per la ragione stessa chiamata Ichnusa dai Greci. Iliani, Tarati, Sossinati, Balari, Aconiti la abitarono, che forse erano popoli libici[98], o veramente iberici, i quali vi furono condotti da Norax, che fondò la prima città di Nora. I Greci, al solito, attribuivano ai loro primitivi eroi il dirozzamento della Sardegna; ma sembra che tardi vi si piantassero, quando fabbricarono le città di Carali (Cagliari) ed Olbia. I Fenici bensì vi posero stabilimenti di commercio; e così i Cartaginesi, i quali colonizzarono Carali e Sula, e al culto antico surrogarono il crudele e voluttuoso de’ loro Dei, e tiranneggiarono i natìi[99], i quali, insofferenti del giogo, vestiti di pelli e della loro masturga, con targa e pugnale, ripararono nelle grotte montane la selvaggia loro indipendenza. Anche gli Etruschi vi posero stanza; poscia i Romani, sotto ai quali contava sin quarantadue città, di cui sole dieci ora sussistono. Fin d’allora il Sardo era robusto e allegro, coraggioso fin alla temerità, di concitata fantasia, vivo nell’amore, implacabile nell’odio. Già parlammo dei nuraghi (pag. 56): aggiungiamo che in Sardegna furono trovate le prime pietre sardoniche; e che, secondo Dioscoride, vi cresceva una pianta (il gorgolestro), che a chi ne mangiasse la radice produceva la morte con convulsioni alla faccia somiglianti al riso: dal che venne detto il riso sardonico.
CORSICA
La Corsica, chiamata antichissimamente Teramne, poi Collista dai Fenicj, indi Tera dagli Spartani o Focesi d’Asia, Cimo o Cernenti dai Celti, Corsi dai Greci e Corsica dai Romani, collocata fra l’Italia, la Spagna e la Gallia, è opportuno scanno d’importantissime relazioni. I Pelasgi forse l’abitarono, trovandovi Liguri ed Iberi[100]; gli Etruschi la dominarono, fondandovi Nicea sul Golo; poi una colonia di Focesi, ruinata dai Persi la patria loro, vi fabbricò sulla costa orientale, quasi in faccia all’Elba e allo sbocco del Tevere e presso la foce del Tavignano, la città di Aleria, con porto naturale bastevole alle navi d’allora, al piede di boscose montagne e in mezzo a una fertile pianura. Ivi si afforzarono a segno, da tener testa a Etruschi e Cartaginesi; e vinsero ma a grave costo, perdendo quaranta vascelli e molti uomini, i quali, condotti ad Agila in Toscana, furono trucidati. Poco stante, gittatasi quivi la peste, l’oracolo di Delfo consultato rispose, placassero i mani dei Focesi, da loro barbaramente uccisi: così fecero, annui giuochi istituendo, e la malattia cessò. Ma i Focesi, accorgendosi di non poter reggersi nell’isola, migrarono in Italia e sulle coste della Gallia. Più tardi Plinio vi contava trentatre città: Callimaco la chiamava la Fenicia insulare.
Diodoro Siculo attesta che gli schiavi côrsi superavano gli altri per robustezza in tutti i servigi utili alla vita[101]; Strabone, all’opposto, narra, «qualvolta un generale romano, penetrato nell’interno paese e sorpresovi qualche forte, ne mena a Roma alcuni schiavi, è singolare a vederne la ferocia e la stupidità; o ricusano di vivere, o rimangono in assoluta apatia, finchè stancano i padroni, e fanno rincrescere il poco denaro speso per comprarli». Forse Strabone interpretava così l’amore di libertà, che in quel popolo non venne mai meno, e pel quale mantenne tanta originalità di carattere e di costumi. Polibio ci dipinge aspro e selvoso il paese, ove scioltamente pascolavano numerosi armenti, obbedendo al conosciuto corno del mandriano; vedea questi avvicinarsi navi all’isola? sonava, e le bestie accorrevano; in tutto il resto simili a selvaggi.
ELBA
All’isola d’Elba, detta Etalia dai Greci, Ilva dai Romani, cavavasi da immemorabile antichità il ferro, detto populonio perchè in Populonia erano i forni per fonderlo. La possedettero gli Etruschi, al pari della fumante Lipari ricovero di pirati, e delle altre isolette dell’arcipelago Tirreno, ed alcune anche dell’Adriatico. A Malta ed in altre isole i Fenicj aveano introdotto manifatture, onde provvedere la Grecia e l’Italia.