Crescendo di popolazione e bisognosi d’attività, spedirono frequenti colonie nella bassa Italia e in su, fra cui una guidata dalla pica, uccello sacro per essi, fu detta dei Piceni, e un’altra de’ Pretuzj, tribù numerosissime. I Piceni abitavano sull’Adriatico dall’Esi al Tronto, quella che oggi diciamo marca d’Ancona, e le città di Ascoli, Fermo, Pollenza, Ricina (Macerata?), Treja, Tolentino; e mescolati con Etruschi e Illirici, rimisero delle abitudini bellicose. I Pretuzj stavano a mezzodì del Tronto sin al fiume Matrino (Piomba), or provincia di Téramo (Interamna), lauta di vini e biade. Altri si piantarono nel Lazio, delle cui fortune come più grandiose diremo a parte. In somma queste stirpi sabelliche inondavano la pianura, mentre quelle rimase fra i monti chiamavansi Casci, Equi, Volsci.
Attorno al Gran Sasso d’Italia, ove oggi i due Abruzzi, fra natura selvaggia e rupi e caverne s’annidavano Vestini, Marrucini, Peligni, Marsi, colle temute città di Pentri, Telesia, Alita, Esernia, Boviano. Il loro convegno navale era Aterno, ove oggidì Pescara, e i Vestini mercatavano di cacio, i Peligni di cera e lino. Ai Marsi, principali fra tutti e situati attorno al lago Fùcino, si dà lode di valore e amor di patria; diceasi nè potersi vincerli, nè poter vincere senz’essi; e vi s’aggiungeva fama d’incantatori, avendo imparato le virtù delle erbe da Angizia sorella di Circe.
SANNITI
Benchè di lingua affini, si andarono diversificando al punto, che ben si discerneva il Sannita dall’Osco, come il Piceno dall’Umbro, il Sabino dal Romano. Gente bellicosa furon tutti costoro: il romano Papirio Cursore che li vinse, ne portò via più di due milioni di libbre di rame; e Carvilio Massimo suo collega colle armi tolte ai Sanniti fece fondere un colosso di Giove sul Campidoglio, che discerneasi fin dal monte Albano: e i loro sepolcri abbondano tuttora d’armi offensive. Strabone geografo riferisce che i Sanniti metteano in piedi ottantamila fanti, ottomila cavalieri; e quando si temeva un’invasione di Galli, offersero ai Romani settantamila fanti e settemila cavalli. I Peucezj poteano allestire cinquantamila pedoni, diciassettemila cavalieri; trentamila pedoni e tremila cavalieri i Messapi; ventiquattromila i Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini; il che darebbe oltre duecentomila combattenti da un paese che forma appena un terzo del regno di Napoli: insomma un milione e mezzo d’abitanti sovra milletrecento leghe, e in conseguenza mille e cento teste per lega. Ma quanto credere agli storici? quanto all’esattezza di quei che li trascrissero?
CAMPANIA
La Campania[94] si distendeva sul mare dal Liri al Sìlaro, bagnata dal Vulturno, con campi ubertosissimi, dilettose città, e la festa de’ vigneti, di cui sosteneano gli onori il vino cecubo, il falerno, il caleno, il massico. I Pelasgi v’aveano fondato Larissa, che poi i Romani nominarono Forum Popilii (Forlimpopoli). I monti Tifati sopra Capua rendeano devoti i tempj di Diana e Giove: Atella presso Aversa diè nome alle Favole atellane: Nocera voleasi fondata dai Pelasgi. Il Vesuvio taceva; ma i suoni de’ campi Flegrei, le battaglie dei Giganti, le dimore sotterranee di Tifone, accennano le rivoluzioni naturali cui andò soggetto quel paese. Attorno al golfo che curvasi da Sorrento a Miseno, erano scesi gli Opici, indeboliti poi dagli Enotrj, spogliati dagli Etruschi della più fertile posizione del loro paese. Sulla parte meridionale s’assise una colonia di Picentini, gente sabellica, la cui città fu poi detta Vicenzia.
Dall’Appennino centrale, dietro al corso del Vulturno e dell’Ofanto, scesero i Sanniti conquistando, e trucidati gli Etruschi mentre nel sonno digerivano l’ubriachezza, tolsero a loro Vulturnio, ch’essi chiamarono Capua[95]; allora divenuti Campani, presero d’assalto la greca Cuma; sotto il nome di Mamertini, come a dire soldati di Marte, si posero al soldo di chi bisognava di combattenti, ed estesero fin a Pesto la propria lingua, la qual forse era la stessa che parlavano Umbri, Osci, Dauni, Peucezj, Messapi, abitanti nella Japigia cioè nel sud-est della penisola, che Strabone fa d’una sola favella (ὀμογλώττους). Probabilmente erano Pelasgi, perocchè alla foce del Sile sorgeva un tempio a Giasone, eroe pelasgo al pari di Diomede, cui attribuivasi lo stabilimento di Argirippa (argos hippium). I Dauni stanziavano attorno al monte Gargàno; seguivano i Peucezj; poi sulla penisola che forma il tallone dell’italo stivale, ora povero di coltura e d’abitanti, fiorivano i Messapi, ricchi di città, quali erano sul littorale adriatico Guathia (Fasano), Brindisi, Valezio (Baleso), Otranto; sul golfo di Tàranto, la città che gli dà nome, Nereto (Nardò), Alezio (l’Alizza), Uzento; nell’interno Celio, Uria, Rudie (Ruggie), Vaste (Basta)[96]. Regolavansi a re, supremo magistrato che univa le incombenze sacerdotali, siccome nell’età eroica de’ Greci.
LUCANI
I Lucani occuparono l’estremità d’Italia dal Silaro al Lao, che oggi chiamiamo la Basilicata, soggiogando gli Enotrj, e durando nimicissimi alle colonie greche ed ai tiranni di Siracusa. In que’ pascoli scendevano d’estate le greggie dell’Apulia e della Calabria. La parte più alpestre, dove gli alberi davano la miglior pece e il miglior legname da navi, rimase ai Bruzj, il cui nome indica non schiavi fuggiaschi ma ribelli. Accertare però l’origine di ciascuno e i confini è impossibile quanto superfluo: e Orazio Flacco, nato a Venosa, sullo scarco del monte Vulture che formava confine tra Irpini, Lucani ed Apuli, non sapea determinare se all’Apulia o alla Lucania appartenesse la sua patria[97]. Sovente ne sono scambiati i nomi, e i Greci in generale titolano Liguri quelli dell’alta Italia, Ausonj quelli della meridionale. Tante diversità sin dall’origine, contribuirono certo ad impedire che lunghi secoli di lotta, di conquiste, di violenze, di sventure potessero ridurre l’Italia ad unità.
COLONIE FENICIE