Popoli minori.

POPOLI DELLA MEDIA ITALIA

Così incerti sui maggiori, qual meraviglia che degli altri abitanti d’Italia poco più che i nomi ci siano conosciuti? Nella settentrionale gli Orobj (vocabolo generico che, come Aborigeni e Taurisci ed Ernici[86], non significa altro che abitatori dei monti) stanziavano fra i laghi di Como e d’Iseo, e fabbricarono Como[87], Bergamo[88], Liciniforo[89], e Bara del cui posto si disputa[90]. Sono asserzioni di Plinio solo, il quale le appoggia al perduto Catone.

I Veneti, popolo illirico, stendeansi da un lato sin alle foci dell’Adige, dall’altro alle alture fra questo fiume e il Bacchiglione. Illirici pure, il che forse vuol dire pelasgi, erano i Liburni assisi sulle coste dell’Adriatico, e i Dauni all’estremità della penisola; e fors’anche gli Euganei, che coltivavano i monti e le valli circostanti ai laghi Lario, Sebino, Benàco, dopo che i Veneti li respinsero dai colli padovani, denotati ancora col nome loro. Danno l’origine stessa agli Istrioti, che abitavano il littorale adriatico dalla foce del Timavo sin al fiumicello dell’Arsia, tenendo città importanti, quali Tergeste e Pola, e s’appoggiavano alle alpi Carniche e Giulie; ascritti essi pure all’Italia, benchè non compajano nella storia se non quando valorosamente difendono la propria indipendenza dai Romani.

I Liguri, che stesero il dominio dai Pirenei alla foce dell’Arno, popolavano quel che ora chiamasi Piemonte. Rustici, con chiome prolisse, diceasi, gracil Ligure valere più che forte Gallo, e che le loro donne avevano la gagliardia degli uomini, questi il vigor delle fiere: lavoravano a gran fatica il terreno, guadagnato artifizialmente colà dove oggi pure trentamila ettari sono sostenuti da muricci: guerreggiavano coi Tuschi e coi Greci di Marsiglia, che per frenarli posero le due colonie di Nizza e Monaco: i Romani stessi non li poterono domare che trasportandoli.

Ausonj, Aurunci, Opici, Osci, pajono esser varie denominazioni della gente che abitava il lembo occidentale della bassa Italia, dove Amicla città sul mare; Fondi, col suo lago dalle isole galleggianti; Formia, denominata dai molti suoi porti, e sede già de’ Lestrigoni; Cajeta, che nelle favole trojane serbò il nome della nutrice d’Enea; Lamo, dove Ulisse riconosceva un buon porto; e fra terra Minturno col bosco sacro della ninfa Marica e colle paludi formate dal Liri; Caleno, vantata per vini squisiti, siccome il campo Cécubo. Il nome d’Aurunci si restrinse poi agli abitanti della parte montuosa, dov’è Sessa (Suessa); e di Aurunca lor capitale si riconoscono le ruine presso Rôcca Monfina.

Le varie tribù degli Osci formarono i Volsci, gli Euni, i Rùtuli, gli Ernici. Presso al Lazio sedevano gli Equi, nella valle dell’Aniene e sulle prime alture degli aspri monti circostanti, afforzandosi principalmente a Preneste e Tiburi; più addentro verso le sorgenti dell’Aniene e del Liri gli Ernici, colle città di Anagni, Veroli, Alatri, Ferentino: a mezzogiorno i Volsci, in paese pieno di popolo e di fortezze, tra cui Corioli, perita senza lasciar vestigio, Aquino, Arpino, Frosinone, Vellètri, Signia, Corba, Cassino, Sulmona, Sora, Priverno; la lor capitale Suessa Pomezia sedeva nel centro della non ancora morbifera pianura Pontina. Seguivano altri popoli dell’origine stessa, «destinati quasi in eterno esercizio a’ guerrieri romani»[91]. Venticinque città contavano sulla marina, or infesta dalla mal’aria: ed Anzio, celebrato santuario della Fortuna e terribile nido di pirati, Circeo, Terracina, dovettero al commercio grandi ricchezze, e fiorivano d’arti belle; presso Velletri si trovarono ammirati bassorilievi di terra cotta; Turiano da Fregelle eseguì il Giove Capitolino ed altre opere in Roma[92]. I Rutuli aveano Ardea per metropoli.

SABELLI

Di fronte a loro stava un altro gruppo di popoli, con cui però appajono spesso mescolati, e che probabilmente uscivano da pari origine, i Sabelli. Presso Amiterno, posta nell’Abruzzo là presso d’Aquila sulle più alte montagne appennine donde piovono il Fortore e la Pescara, e nelle cui valli stanziava quella gente fastosa e guerresca, era un rustico villaggio detto Testrina, dal quale una migrazione votiva di giovani, o, com’essi dicevano, una primavera sacra sciamò sulle terre degli Aborigeni attorno a Reate, prendendo il nome di Sabini dal dio nazionale Sabo; e si spinsero avanti pel monte Lucretile e pel Tetrico, e la valle dell’Aniene, fino al Tevere che li dividea dai Vejenti, come la Nera dagli Umbri. Agricoli e guerreschi, con un’aristocrazia sacerdotale, da un mare all’altro occupavano la larghezza di dodici leghe sopra quaranta di lunghezza sulle due coste. Cure (città degli Astati) al confluente del Correse e del Curbulano, era il loro convegno nazionale: Sanco, detto pure Fidio e Semone, dovette essere un loro tesmoforo, onorato poi come dio. Ma dapprima non prestavano culto che ad un’asta confitta in terra; al quale feticio surrogarono poi nove Dei maggiori, adorati con misteri in Trebula[93].

PICENI