Certamente sull’Adriatico da Spina e da Ravenna, e sul Tirreno da Agilla, Alsio, Tarquinia si mantennero corrispondenze colla Grecia; ma le somiglianze d’arte provenivano da queste comunicazioni, oppure da immigrazione e conquista? Poi gli Etruschi al par de’ Greci deducono la loro civiltà vogliasi dire dai Pelasgi, o più genericamente da una comune fonte orientale, che dà ragione delle somiglianze. L’Italia precorse in coltura la Grecia; onde di qui potè l’arte esser trasferita nell’Ellade che la perfezionò, e quel mirabile concorso d’evenienze potè poi di ricambio rimbalzare sugli Etruschi. Probabilmente e Greci ed Etruschi fabbricarono i vasi che qui si trovano; e forse ai Greci vanno attribuiti quelli di terra più fina e leggera, neri dentro, fuori gialli o rossicci e talvolta pur neri; etruschi ritenendo quelli di Tarquinia, Volterra, Perugia, Orvieto, Viterbo, Acquapendente, Corneto, giallo pallido i più, con vernice rossastra e figure in nero, abiti nostrali, barba e capelli prolissi, divinità alate[83].
VASI ETRUSCHI
Poi si domanda a che servissero, qual cosa significassero tanti vasi. Non ad uso alcuno, nè tampoco al banchetto funerale, perchè i più mancano di fondo, e tutti son vergini. Erano un segno d’iniziazione, deposto con quelli addetti ai misteri? inviterebbero a crederlo i soggetti, appellanti spesso a riti dionisiaci ed eleusini: ma quasi a sventare le ingegnose induzioni, una tomba a Vulci presentò ben novecento ciotole ordinarie e rozze, come una bottega di scodellajo.
Su tutti questi punti disputano, e lungamente ancora disputeranno gli archeologi; ma a qualunque sistema piaccia attenersi, queste preziose reliquie, di cui si gloriano tutti i musei d’Europa, attestano una fiorente civiltà. Esaminate in complesso, non ci fanno vedere quel progresso regolare, per cui si ammira la Grecia; provano anzi che gli Etruschi, se sapeano appropriarsi l’altrui, raffinare l’esecuzione meccanica, applicare all’utilità domestica o alla comune, mancavano del genio inventivo e di quel libero lancio per cui la Grecia divenne insuperabile. Pure, nel mentre l’arte orientale rimane immobile, e gli Egizj, per mutar di secoli, non mutano il modo delle piramidi e degli ipogei, in Etruria l’arte si conserva fedele al principio, ma sa procedere e rinnovellarsi.
FINE DEGLI ETRUSCHI
Di tanto incivilimento le memorie perirono tutte. Delle tre Etrurie, la padana fu sterminata dai Galli; la campana dai Sabini, che precipitatisi dalla montagna, presero Vulturnio e la intitolarono Capua: Roma fece il resto, e le guerre di Silla distrassero i generosi patrioti e i monumenti, massime scritti; la vendetta dei vincitori si compiacque d’annichilare i ricordi di quella che avevano avuta prima padrona, poi maestra; i poeti lodarono Augusto che avesse rovesciato gli altari dell’Etruria[84]; nelle città di questa si piantarono colonie romane che resero dominante la lingua latina, e i proprietarj ridussero fittuajuoli; i Greci non parlarono più degli Etruschi che come di corsari e scostumati, i Romani come di aruspici ed artisti; agli Etruschi stessi non restò altro desiderio che di diventare al tutto romani. Di Saturnia, nella valle d’Albenga in maremma, non esiste più nulla che non sia romano. A mezza via tra Roma e Civitavecchia la famosa Cere si annunzia unicamente per mezzo delle tombe. Vetulonia, celebrata da Silio Italico, sparve tra le infauste maremme. Vejo, diuturna emula di Roma, si disputò lungamente dove esistesse, finchè fu collocata nell’isola Farnese fra terreno morbifero. Di Sutri, che pare da lei dipendesse, non rimangono che bei ruderi e un insigne anfiteatro cavato nel masso e mura di sassi riquadrati. Il fano di Voltunna, dove si congregava la dieta federale etrusca, neppur sappiamo in qual luogo sorgesse: e di sì gran popolo e di civiltà così fiorente non ci parlano più che i sepolcri[85].