I Sabini veneravano Matula dea della bontà, Mamerte (Marte) colla moglie Neriene dea della forza, Vacuna della vittoria, Feronia della libertà, Vesta della terra e del fuoco, Sanco, dio dai tre nomi (Sancus Fidius Semon), Sorano e Februo ministro della morte, e Sumano del fulmine. Nel 1848 presso Agnone nel Napolitano fu trovata una lamina di bronzo; in cui per ventisette linee d’una parte e ventitre dall’altra in osco si enumerano da venti divinità indigene, Giove custode del Comune e regolatore delle fatiche giornaliere, Panda guardiana delle messi, Geneta preside alle nascite, Ercole custode del limitare e della proprietà, e così via.

L’osceno Fallo è spesso rappresentato sui monumenti italici e sulle tombe. Singolarmente era adorata la Fortuna sotto infiniti nomi, chiedendone i responsi colle superstizioni più varie. A Preneste si deducevano le sorti da bastoncelli mischiati alla rinfusa, e tratti fuori dal supplicante; pratica germanica: due automi con cenni complicati rivelavano la buona o la trista ventura ai Volsci: nel tempio di Giunone a Vejo un’altra immagine augurava col capo. Qualcosa di barbaro e di antico conservava il culto di Circe, la gran fata delle trasformazioni, che compare sui promontorj a sgomento de’ naviganti; e ben tardi si continuò la devozione di lei sui capi, quel di Sorano sulle alture, di Feronia alle paludi e fontane.

A tali culti personali e topici mancava ogni unità di fatto o d’idea; nè le divinità aggregavansi in famiglia, ma ermafrodite da prima, poi decomposte in maschio e femmina, sempre però sterili, sinchè non vi s’intrecciarono le favole greche. Leggendo che gli Dei non avevano statue, forse dobbiamo intendere che non si effigiassero in sembianze umane: in fatto il Marte sabino era venerato in forma di lancia; anche dopo introdotto il culto idolatrico, il fuoco della dea Vesta continuò ad ardere silenzioso sull’altare senza immagine; e ne’ tremuoti pregavasi senza invocare alcun dio conosciuto e determinato.

FIEREZZA PRIMITIVA

Quando poi la città romana assorbiva le altre d’Italia, anche le religioni particolari venivano assorte dalla vincitrice, e gli Dei locali da quelli di Roma che più vi somigliavano. Da qui i moltissimi nomi od epiteti attribuiti a ciascun dio, talmente che Varrone ebbe a contare trecento Giovi in Italia. Taluno anche degli Dei sabini penetrò con quelli de’ conquistatori, come Semone Sanco allato al Giano latino: ma del culto locale e famigliare, tanto italico d’indole, rimase traccia negli Dei domestici delle varie genti (sacra gentilia, dii gentiles).

L’espiazione, fondamentale concetto delle religioni, portò da principio fino a sacrifizj umani, che si continuarono in tempi di men fiere consuetudini[110]. In Falera immolavansi fanciulle a Giunone: nelle primavere sacre facevasi voto di sacrificare agli Dei tutto quanto nascesse in quella stagione, non eccettuando i figliuoli; poi fu sostituito di mandar questi altrove in colonia. Nelle feste Argee venivano buttate persone nel Tevere, delle quali poi tennero vece ventiquattro o trenta figure di giunco: nelle Larali, teste di fanciulli, surrogate poi da papaveri. Terribili riti praticavano i Sabini: nei gravi frangenti di guerra, i soldati, accolti in un ricinto scarso di lume, fra il silenzio, le vittime e le spade, doveano giurare obbedienza, con tremende imprecazioni contro chi vi mancasse. Dal monte Soratte scendevano gl’Irpi, calcando a piè nudo carboni ardenti. I Marsi maneggiavano serpi, secondo n’erano stati istruiti dalla maga Angizia, cui veneravano nel sacro bosco presso al lago Fucino[111]. Queste ed altre memorie accennano la fierezza de’ primitivi abitatori, che fu poi temperata da’ tesmofori. I quali, regolando nel credere e riformando nel vivere, se non riescono ad abolire la guerra, la moderano col dritto feciale, per cui un sacerdote presentasi all’offensore, assegnandogli un termine entro il quale riparare i torti; scaduto questo indarno, gli è intimata nimicizia.

Le religioni rendevano dunque reale benefizio alla società, al brutale diritto della forza opponendo leggi sancite da una volontà superna. È vero che i sacerdoti non rappresentavano il popolo, nè sostenevano i diritti di questo: ma intanto moderavano i prepotenti, frenavano i vizj, diffondevano concetti di giustizia, di moralità, e ai re metteano per limite i dettami della coscienza, o le cerimonie e i decreti degli Dei.

SIMBOLISMO. AFFRATELLAMENTO

Spesso le costituzioni sociali e i governi riproduceano in terra l’immagine del Cielo; o i numeri simbolici, tratti da idee sovrasensibili, ripeteansi nei fatti umani. Così i trecento senatori di Roma corrispondono ai giorni dell’anno ciclico di dieci mesi: trenta porcellini partorisce la troja veduta da Enea sul posto ove Roma sorse: trenta città componeano la federazione latina: trenta Sabine furono rapite, dal cui nome Romolo intitolò le trenta curie: sono sette i colli di Roma, due volte sette le regioni d’Augusto; dodici le città fondate dai Pelasgi e dagli Etruschi, come dodici avoltoj appajono a Romolo. Mentre degli Etruschi, come d’altri popoli marittimi, era rituale il numero 12, il 10 era rituale per gl’Italioti, come pei popoli meno civili; e il 3 e il 10 vediamo dominare ne’ primitivi fatti dell’Italia e di Roma.

COSTUMI