Civilmente la religione serviva di vincolo alle popolazioni isolate. Il luco Ferentino, oggi Marino, quello sacro a Diana presso Aricia, l’altro di Venere fra Lavinio e Ardea servivano a convegni religiosi comuni: i Toscani s’accoglievano nel tempio di Voltumna, i Sabini in quello di Cere: sul monte Albano alle ferie Latine consumavasi solenne sacrifizio, distribuendo carne a tutte le tribù del Lazio, alle quali il comune dio Fauno rendeva oracoli dal profondo della selva Albunea.
In questi periodi della società (non proprj dell’Italia più che del restante mondo) si va estendendo l’idea di doveri reciproci, dapprima comprendendo la sola famiglia, poi la tribù; ma chiunque è fuor di questa, vien considerato come nemico, si può ucciderlo, ridurlo servo, non altrimenti che si farebbe d’una bestia. L’aggregazione in città e Stati allarga questo sentimento; viepiù la religione: ma sempre troveremo abbracciarsi nell’idea del dovere soltanto i membri della propria società; finchè il vangelo, annunziando la fratellanza di tutti e un’unica religione universale, gli estenda a tutti i figli di quel Padre nostro che è ne’ cieli.
Del resto le eterogenee popolazioni vivevano di vita distinta, ciascuna maturando una civiltà particolare. Il nome di patria rimase ristretto ad angusto territorio; e ben poche genti troviamo annodate in qualche titolo più generico, e collegate a feste o in assemblea politica quelle d’una medesima stirpe. Al più stringevano lega coi vicini, duratura quanto il bisogno; e il pensiero di unità nazionale, quand’anche noi sapessimo estranio alle popolazioni antiche, restava impedito dalle reciproche gelosie. Che cosa s’intendesse per popolo, e quanta parte esso pigliasse ai pubblici maneggi, difficile è determinarlo. Dappertutto troviamo la potenza aristocratica temperata dalla sovranità popolare. Ad un senato, composto dei padri della gente conquistatrice, spettavano i riti religiosi, le cariche, l’interpretar leggi, la scienza divina e l’umana; sicchè l’aristocrazia era sempre appoggiata sulla religione, per la quale discernevasi dalle plebi. Il Comune dei nobili formava la curia[112]. I prischi Latini, Equi, Sabini aveano imperatori e dittatori, sottomessi però alla sovranità nazionale: i Lucani in guerra sceglievano un imperatore, che congiungeva il comando militare e la civile supremazia: e tale era pure il meddix tuticus degli Osci, Volsci e Campani.
I Marsi erano lodati per frugalità e valore; i Sabelli per incolta costumatezza, e le donne loro e le Apule e Sannite per saviezza e sobrietà: ai Lucani predatori faceano contrasto i Sabini pii e giusti; ai molli e timidi Picentini i bellicosi Peligni e Sanniti, devoti a libera morte. Questi, d’educazione robusta[113], pomposi nelle armi, frugali nelle case, allevatori di mandre e puledri, e tessitori di lane, contraevano i matrimonj in freschissima età; in una giornata solenne sceglievano i dieci giovani meglio costumati e prodi, e davano loro l’arbitrio di eleggersi le spose[114]; ove se ne rendessero indegni, n’erano separati. Fra gli Umbri usavano le ordalie, simili ai giudizj di Dio praticati nel nostro medio evo[115], dove la divinità era chiamata immediatamente ad attestare con un miracolo la verità discussa o l’innocenza calunniata. L’atrio (forse così nominato dagli Adriani, e tutto proprio della nostra architettura) esprime un vivere comune e all’aperto; e colà, intorno al fuoco dei Lari, s’adunavano i fanciulli e le donne, non chiuse ne’ ginecei; e gli schiavi stessi[116], de’ quali grandissimo era il numero.
FORESTE. AGRICOLTURA
I dintorni di Roma erano tutti bosco: nella foresta Gallinaria in Campania, anche ai migliori tempi di Roma, ricoveravano masnadieri[117]: la foresta Ciminia pareva a Livio impenetrabile e spaventosa quanto quelle della Germania: Virgilio accenna la foresta di Sila, che le montagne del Bruzio ombrava per settecento stadj[118]: di piante era coperto il Gargàno, e così le colline circostanti a Vejo. Dionigi d’Alicarnasso ammirava le foreste sui colli e nelle vallate della Cisalpina, da cui si traevano begli alberi da costruzione, trasportandoli pei tanti fiumi ond’è solcato il paese, e che tanto giovano al baratto delle merci e derrate[119]; dal loro paese i Liguri asportavano tronchi di rara grossezza, e il legname de’ paesi bagnati dal Tirreno era cerco a preferenza di quello dell’Adriatico[120].
Questi boschi, di cui più non rimane vestigio, doveano rendere men torrenziali i fiumi e più rigida la temperatura: in fatto Orazio vedeva biancheggiare d’alta neve il Soratte, avvenimento ora insolitissimo; nel 480 di Roma il gelo fece morire molti alberi fruttiferi, quaranta giorni durò la neve sul suolo, il Tevere agghiacciò; e fra le superstizioni, Giovenale accenna d’una donna che rompeva il ghiaccio d’esso fiume per farvi le sue abluzioni. Pure Columella avea letto nell’agricoltura di Saserna, che contrade, dove lo stridore del verno non lasciava vivere olivi e viti, allora intepidite davano abbondantissimi oliveti e festante vendemmia[121]. Varrone fa coglier l’uva nel Lazio al fin di settembre, e il grano al fin di giugno[122], che sarebbe alquanto più tardi d’adesso: ma secondo Columella, agli idi di gennajo si mette mano ad arare, e cacciar il bestiame dai pascoli ove comincia a venir l’erba; Palladio agli idi stessi dice si seminava l’orzo gallico[123]; e i calendarj fissano al 25 febbrajo il comparir delle rondini, e al 26 agosto il sorgere della costellazione del vendemmiatore.
AGRICOLTURA
Ben presto d’agricoltura prosperò l’Italia, e prodotto principale era il frumento, massime il triticum durum, usitatissimo col nome di far o adoreum, e il triticum compositum, tanto fruttifero, che a Leonzio in Sicilia dava sin cento chicchi per uno[124]; e non che bastare al paese, si mandava fuori[125]. La segale era coltivata soltanto dai Taurini[126]; poco l’avena: l’orzo serviva solo agli animali domestici: del miglio e del panico, ricchezza della fertile Campania, si faceva pane e minestra.
PIANTE