Molti e squisiti vini; talchè, anche dopo conosciute Grecia e Spagna, Orazio onora di suo difficile gusto quasi unicamente i nostrali, e Plinio dice che di questi soli imbandivansi le imperiali mense. Columella e Plinio nominarono da cinquanta specie di vigne, ed è difficile l’accertare quali essi indichino coi differenti nomi, mentre neppur oggi ci accordiamo a riconoscere al nome quelle che si coltivano tuttodì. Certo grandissima cura vi adoperavano intorno, e studiavano a non mescolar le specie, e assegnare a ciascuna il terreno appropriato, acciocchè conservassero le proprie qualità. La vite coltivavasi già allora come oggidì, traendo profitto dal terreno frapposto; ed ora si lasciava serpeggiare per terra, ora sospendevasi a pali o ad alberi, quali il pioppo, l’olmo, la quercia; e credevasi migliore il vino delle più elevate. Ma Cinea ambasciatore di Pirro, assaggiando il vino d’Aricia, esclamò:—Non mi fa meraviglia se è così aspro, essendo la madre attaccata a una forca sì alta». Oggi pure gli stranieri stupiscono della nostra storditaggine, essi che legano le viti a bassissimi pali: ma il vario suolo esige varia coltura; e se abbiamo vigneti bassissimi e fin a terra in Lombardia, chi conosce il Polesine, il Ravegnano, la Puglia, comprenderà che cosa significassero i maritaggi delle viti coll’olmo e coi pioppi, e come fosse possibile far tavole e porte con tronchi di vigna segati.

Conosceasi il torcere il picciuolo de’ grappoli già maturi, alcuni giorni prima di coglierli, come ora si pratica col tokai; spampanavansi; talvolta si sgranavano le uve, poi si pigiavano, si torchiavano, e il succo facevasi colare in una cisterna di mattoni intonacata. Il vino torchiato era di seconda qualità. Il migliore talvolta raccoglievasi in capaci olle, e si lasciava sottacqua per un mese e più, presumendo con ciò togliergli la tendenza al fermentare: sommergendolo nel mare, si credeva acquistasse il profumo di vecchio. Altre volte nell’està seguente esponeasi per quaranta giorni alla vampa del sole. Da poi si scoprì che l’acqua di mare, ridotta a un terzo col bollire, ed aggiunta al vino, lo maturava. Coll’ebollizione pure si restringeva il vino troppo acquoso e talvolta formavasi il vin cotto: metodi tutti non affatto dismessi.

Grand’attenzione si prestava a tagliare i vini, mescolando le varie qualità; e vi si univano pece, trementina, fiori di vite, bacche di mirto, foglie di pino, mandorle amare, cardamomo, altre erbe fragranti. L’acidità se ne correggeva introducendo creta, latte, conchiglie pestate, gesso, ghiande torrefatte, scorbilli di pino; o tuffandovi un ferro rovente: aggiungeanvi pure del solfo, ma non pare vel bruciassero per solforare come oggi si fa, nè che si sapesse chiarificare coll’albume d’uovo, sebbene Orazio indichi che a ciò s’adoprava talvolta il torlo d’uovo di piccione.

Il professor Tenore e il danese Schouw vollero ricercare quali piante fossero conosciute nell’antico Pompej, inducendolo e dagli avanzi che se ne scoprono e dalle pitture. Queste rappresentano talvolta paesi egiziani od altri stranieri, oppure del tutto fantastiche, come quella dove un lauro rampolla dal fusto d’un dattero: ma quando pare si volesse copiare il vero, gli alberi più consueti sono il pino pignuolo e il cipresso, il pino d’Aleppo, l’oleandro, l’edera: si trovarono anche pinocchie carbonizzate; ma non le due vegetazioni, oggi caratteristiche di que’ paesi, l’agave americana e il fico opunzio, introdotte solo dopo scoperta l’America. È difficile accertare se fosse coltivato il dattero, che nelle pitture di Pompej figura soltanto in soggetti egizj o con significato simbolico. Teofrasto dice abbondava in Sicilia la palma nana (chamerops humilis), che oggidì trovasi appena rarissima nella baja di Napoli, ed è la sua gemma terminale quella che alcuni scambiarono per un ananas. Il cotone, che ora veste i campi attorno a Pompej, non appare dalle pitture, e coltivavasi solo nell’India e nell’Egitto, donde fu recato fra noi dagli Arabi. Ignoto era pure il gelso bianco. Vedonsi cipolle, rafanelli, rape, zucchette e mazzi d’asparagi, che non somigliano ai nostri coltivati. L’ulivo era delle coltivazioni più importanti, e alcuni de’ suoi frutti si trovarono in conserva. Fichi e viti erano comunissimi; e peri, pomi, ciliegi, pruni, peschi, melogranati, nespoli compajono nelle composizioni: ma non mai nè limoni, nè cedri, nè aranci, che sembra non s’introducessero qui prima del iii secolo. De’ cereali il più coltivato era il frumento, poi l’orzo; non la segale, nè l’avena: è dipinta una quaglia che becca una spiga d’orzo, e un’altra una di panico.

ANIMALI

Da’ bovi si disse venuto il nome d’Italia[127]: i majali della Gallia cisalpina nutrivano eserciti interi[128]: le lane supplivano ed alla seta nei vestiti signorili, ed alla tela nelle trabacche militari. Quella d’Apulia otteneva il vanto fin sulla milesia, e per conservarla morbida e immacolata, rivestivansi le pecore con altre pelli: di quelle finissime del Padovano si tessevano abiti e tappeti[129]; di bianchissime se ne tondeano intorno al Po, di nerissime a Pollenza; e per riputate che fossero le spagnuole, le nostre vinceanle in durata[130]. Di cavalli pure s’abbondava; i veneti erano cerchi anche fuori, e numerose razze nutriva la Puglia[131].

ECONOMIA. COMMERCIO

Sono vestigia dell’antica sapienza pratica alcuni proverbj citati da’ Romani, e che doveano aver corso prima che la coltura venisse abbandonata a mani servili.—Tristo agricola (dicevano) quello che compra ciò che il fondo può somministrargli. Tristo capocasa quel che fa di giorno ciò che può far di notte, eccetto il caso d’intemperie; peggiore chi fa ne’ giorni di lavoro quel che potrebbe ne’ festivi; pessimo quel che nei dì sereni lavora a tetto, anzi che all’aperto[132]. Il campo dev’essere minore delle forze del coltivatore, sicchè nella lotta questo a quello prevalga. Seminagione tempestiva spesso inganna; seminagione tarda non mai, se pur non fosse cattiva[133]. Non arare terra cariosa; non defraudare la semente[134]. Pregavano che le biade prosperassero per sè e pei vicini, e i censori punivano colui che arava più che non vangasse[135]. Più tardi d’opimo guadagno teneansi i prati; e Catone, interrogato qual fosse il primo modo d’arricchire coll’agricoltura, rispose:—I molti pascoli»; quale il secondo,—I pascoli mediocri»; quale il terzo,—I pascoli sebbene cattivi»[136]. Egli stesso diceva che «Ben coltivare è ben arare». Nè altrimenti che collo sminuzzamento della proprietà e coll’assidua coltura de’ terreni sarebbe potuto alimentarsi tanta popolazione sopra un territorio di mediocre estensione[137]. Cavavansi marmi e metalli; e più tardi il senato romano vietò di occupare più di quattromila uomini attorno alle miniere del Vercellese[138].

COMMERCIO

I popoli avveniticci prendevano stanza più volentieri vicino alle coste, conoscendo opportunissima al traffico l’Italia. In fatto la superiore manteneva commercio coll’Illiria, ed insigne emporio e mercato era Adria: a Genova i Liguri barattavano legname, resina, cera, miele, pellame, con biade, olio, vino, grasce[139], e mandavano fuori grossi sajoni, detti ligustini: i Bruzj asportavano pece e catrame; Veneti, Sanniti, Pugliesi, la lana: per la via Salaria, traverso all’alto Appennino, i Sabini venivano a prendere il sale nella marina de’ Pretuzj; gli Umbri il cavavano dalle ceneri; Liparioti, Rutuli, Volsci, Campani scorrevano il mare su barche lunghe e veloci; i Liguri su piccole rozzamente attrezzate.