DIALETTI
Niuna cosa (ha detto il Vico) s’involve dentro tante dubbiezze ed oscurità, quanto l’origine delle lingue ed il principio della propagazione delle nazioni[140]. Si disputa tuttodì se il linguaggio sia naturale o convenzionale, e perciò se regolato dalla logica o dall’uso, vale a dire dall’analogia o dall’anomalia. Noi già professammo la nostra credenza, nè questo è luogo a sì complicata controversia. Ben dei dialetti italici sarebbe importantissima la conoscenza, come quelli che ci avvicinano alla culla della lingua più importante fra le europee, la latina: ma le poche iscrizioni che ne sono l’unico avanzo, bastano appena a erudite congetture. L’osco, in cui trovasi moltissimo di sanscrito[141], estesissimo anche ai Sabini e agli Ausonj[142], e che sopravvisse alla nazione, non doveva differire se non nelle forme dall’umbro e dal latino.
SAPIENZA
Quale filosofia seguissero gl’Italiani, ignoriamo; pure dalla loro e da quella dei Pitagorici dovette comporsi la primitiva latina, benchè i posteriori, abbagliati dalle greche, non tenessero conto delle dottrine nazionali, e le confondessero colle epicuree e colle stoiche. Da due fonti si è tentato argomentarle, il linguaggio e la giurisprudenza. Il Vico nell’Antichissima sapienza degli Italiani, osservando di quanta filosofia fossero pregne le voci latine, arguì che i prischi Itali dovevano essere argutissimi pensatori, e propose di estrarre da voci e frasi il loro sistema di metafisica, di fisica e di morale. Soltanto sulla metafisica condusse egli il lavoro, e mostrò che, secondo i primitivi Latini, erano identici il vero e il fatto; Dio sapeva le cose fisiche, l’uomo le matematiche, contraddicendo ai Dogmatici che credeano saper tutto, e agli Scettici che nulla; esser Dio il perfetto vero, al quale sono conosciuti gli elementi intrinseci ed estrinseci delle cose, mentre l’intelletto umano non procede che per via di divisione, e ricava dalla scienza l’ente e l’uno; nell’anima dell’uomo presiede l’animo, nell’animo la mente, e nella mente Iddio; il qual Dio volendo fa, e fa coll’eterno ordine delle cose, non già per fortuna o caso.
Se il metodo del Vico parrà a tutti di troppo arrischiata congettura, ancor meno valore può avere per chi, come noi, supponga che nel linguaggio sieno depositate le prime rivelazioni divine, necessario per dar lume alla mente e sviluppo alla ragione. E poichè le lingue non sono formate da filosofi ma dal popolo, in esse si trovano attestati non il grado del sapere, ma le verità di senso comune; ed è impossibile sceverare quel che un popolo vi pose di suo, da quanto ricevette per tradizione. Anzi dalla fratellanza delle lingue nostre colle greche troppo precipitosamente alcuni indussero la somiglianza di civiltà, quasi non potesse l’una che derivare dall’altra. Le nozioni di Dio e delle arti primitive erano anteriori alla separazione dei popoli, e perciò spesso s’incontrano comuni le parole che le esprimono; mentre diversissime quelle relative a diritto e legalità.
DIRITTO
E perciò migliore argomento della sapienza degli Italiani può offrire la giurisprudenza, la quale fondasi sovra principj anteriori all’importazione greca. Secondo quelli, l’uomo è un essere naturalmente ragionevole e libero, e la persona è l’uomo col proprio stato; lo stato suo è naturale o civile; per natura gode la libertà, cioè può fare ciò che la forza o il diritto non vieta, nè esso può alienarla. Per diritto civile però ammettevasi la schiavitù, e lo schiavo era diminuito del capo, era uomo non persona[143]. Mentre è della femmina la debolezza, la dignità è del maschio, solo capace di patria potestà e d’impieghi. Figliuolo è quello che nasce da giuste nozze; laonde sono insociali l’adulterio, l’incesto, il concubito. Consideravano come cosa tutto ciò che può essere computato nei beni, compresi i diritti: il diritto però non era corporeo, ma uno per eccellenza, indivisibile, inestinguibile, superstite all’oggetto su cui cadeva: non si acquistava nè perdeva altrimenti che colla volontà o col consenso.
Del resto, quand’anche si volesse trarre dai Greci la civiltà italiana, ben tosto se ne separò essenzialmente. In Grecia scomparve di buon’ora la predominanza delle famiglie, mentre in Italia il diritto privato si fondò sul diritto delle genti, che si perpetuò. Fra i Greci prevalse l’individualità, fra noi lo Stato, l’autorità, la riflessione, l’idea: laonde in quelli signoreggiò l’arte, nei nostri il dovere. In Grecia arrivò al colmo la individuale indipendenza; in Italia incontriamo patriarchi, i figliuoli legati a questi, i padri legati al Governo, il Governo agli Dei.