Primordj di Roma. I Re.
Ora dalla mescolanza di Latini, Sabini, Etruschi vediamo formarsi il popolo, che per lunghi secoli dominerà tutto il mondo civile, e che è il più degno di storia perchè rimase come il prototipo delle nazioni d’Occidente.
IL LAZIO
Il Tevere, che in 300 chilometri di corso riceve la Chiana, la Nera, il Teverone, finchè per le due bocche di Fiumicino e d’Ostia scarica pigramente nel Tirreno, è il maggior fiume dell’Italia peninsulare, ma disavvenente e ingrato. Fra esso e il monte Albano, e fra Tivoli e il mare un arido e ondulato cantone di appena quaranta miglia di superficie confinava a mattina e a scirocco coi Volsci; a occidente esso fiume il separava dagli Etruschi; a settentrione l’Aniene e il monte Lucretile dagli Equi e dai Sabini. I quali Sabini dalle alture appennine aveano snidato gli Aborigeni; e cresciuti di gente, calarono in quel piano dilatato, che perciò denominarono Lazio; e soggiogati o respinti i Siculi, vi presero stanza, edificando i casali di Laurento, Preneste, Lanuvio, Gabio, Aricia, Lavinio, Tivoli, Tuscolo dalle mura di massi quadrilunghi; Ardea capitale dei Rùtuli, ricchi di commercio, che mandarono colonie fino a Sagunto di Spagna.
Le distinte popolazioni di quel paese, che Dionigi Alicarnasseo dicea formare quarantasette Stati indipendenti, e probabilmente volea dire Comuni, erano congiunte dal vincolo religioso, e alle ferie Latine convenivano tutte sul monte Albano per quattro giorni di solenne sacrifizio, del quale portavano a casa le carni: a Tivoli interrogavano la fatidica Sibilla; dal profondo della selva Albunea raccoglievano oracoli dal comune iddio Fauno; in onore di Pale dea dei pastori celebravano le Palilie al 21 aprile, quando il sole entra nel segno del toro, animale venerato in Italia, e quando primavera rinnova la natura. Festa tutta rusticale, ove le pecore si aspergevano d’acqua santa; pastori e pastorelle ornavansi di frondi e ghirlande; alla dea offrivasi del miglio in corbelle di paglia, e latte ancor tepido, e la si invocava ripetendo tre volte verso Oriente la prece rituale; poi il preside del sacrifizio beveva da una ciotola di legno latte e vin caldo, astergeva le mani in acqua viva, saltava traverso un fuoco di paglia, e purificava se stesso[144].
ALBALUNGA
Anche dopo gl’incrementi d’Alba e di Roma, metropoli dei Latini fu tenuta Lavinio, città sul mare, dov’erano deposti gli Dei penati de’ Latini. Questo fatto darebbe a supporre che per mare vi fosse venuta la gente sacerdotale che portò nel Lazio la religione, e che è simboleggiata in Saturno, quivi celatosi dalle persecuzioni di suo figlio Giove[145].
Per antichissimi re del Lazio sono mentovati Pico, Fauno, Latino.1300?
av. C. Regnante Fauno, quivi approdò una colonia di Arcadi, cioè di Pelasgi, condotta da Evandro, e sedutasi in riva al Tevere, vi fabbricò Palanzio[146]. Due generazioni più tardi, regnando Latino, giunse un’altra colonia pelasga, cioè profughi di Troja, che, distrutta la patria loro dai Greci congiurati, qui ne cercavano una nuova e dominio[147]. Enea, principe trojano che li guidava, sulle rive del fiume Municio, detto Laurento dai lauri che le vestivano, sconfisse Turno principe de’ Rutuli, sottentrò a re Latino, e collocati i profughi lari in Lavinio, alla dinastia indigena surrogò la sua propria.1250? Questa ebbe poi reggia in Albalunga, la quale fu madre di trenta città, poste in altura e rinforzate già di muraglie da Pelasgi ed Etruschi, quali erano Camerio, Nomento, Crustumeria, Fidene, Colazia, Gabio ed altre, futuri trofei di Roma. Ad Enea successe nel regno Ascanio suo figlio, poi una mal determinata serie di re fino ad Amulio.
ROMOLO
796Costui, usurpato al maggior fratello Numitore il trono, costrinse Rea Silvia, unica figliuola di quello, a consacrare la propria virginità a Vesta. Pure il dio Marte la rese madre di due gemelli. Gettati nel Tevere onde sperdere il pericolo di pretendenti, dall’onda, più mansueta che lo zio, furono deposti a piè d’un fico selvatico, e allattati da una lupa. Venuti in età, conobbero l’esser loro, e colle prodezze raccoltasi attorno una masnada di valorosi Latini, la aquartierarono sulle rive del Tevere a sedici miglia dallo sbocco e poco dopo il confluente del Teverone, ove già cinque razze di popoli s’erano stabilite e scomparse[148]: contrada silvestre, ondeggiante su molti colli, quali il Saturnio, da poi Capitolino, elevato appena sessantacinque metri sopra il mare, ma orrido di sterpi e rupi; l’Aventino il maggior di tutti, nereggiante di lecci e lauri; il Celio (Laterano), detto Querquetulano perchè tutto a querce; il Viminale dai vimini, l’Esquilino o Fagutale dagli eschi e dai faggi; il Palatino, sacro a Fauno silvestre, con un bosco del dio Pan, dal quale le lupe scendevano ad abbeverarsi nel Tevere, i cui trabocchi stagnavano alle sue falde: e bosco e palude erano tra il Capitolino e il Quirinale, oggi monte Cavallo[149].