Conquistato un paese, il terreno diventa di pubblico dominio: e una parte resta al Comune, cioè a godimento de’ patrizj e de’ loro vassalli; una parte al re, che ne assegna un terzo agli antichi proprietarj. Questi aggregati o vinti formano la plebe: condotti a Roma, ne diventano inquilini, ma senza voce perchè non ascritti alle curie, che sole votano. Perciò anche fra’ plebei trovansi casate illustri e laute fortune; nè si vogliono confondere coi clienti o coi vassalli, che solamente tardi entrarono nella plebe man mano che le famiglie si spegnevano, e che progrediva la libertà.

COMIZJ TRIBUTI

In siffatti governi aristocratici, collo estinguersi delle famiglie la potenza si concentra in pochi, i quali governano a proprio vantaggio. Per tener questi in briglia, e per diminuire gli sconci di due popoli conviventi eppure distinti, i re favorivano il Comune plebeo, da cui si levava la maggior parte dell’esercito, e che già sotto Anco Marzio troviamo sussistere come porzione libera e numerosa della nazione. Le barriere dianzi insormontabili si vennero abbassando; e un numero di plebei introdotto fra i patrizj scemati di numero, diede nerbo a questi, mentre lo sminuiva alla plebe. La prima riformagione a favore della plebe fu quella che testè abbiamo accennata di Tarquinio Prisco, che raddoppiò le centurie dei cavalieri, i vuoti che s’erano fatti nelle curie empiendo con illustri famiglie plebee, mentre i patrizj duravano ripartiti per tribù di famiglie. Ma d’una riforma radicale si fece autore Servio Tullio introducendo i plebei come membri della città, mediante il sistema amministrativo delle tribù, ed il militare e politico delle centurie. Ripartì egli la plebe stessa per tribù, non più d’origine ma di luogo, inserendovi ogni facoltoso non patrizio, e assegnando a ciascuna magistrati e feste ed esattori. Per tale disciplina, accanto al popolo de’ patrizj si collocarono trenta comuni de’ plebei, che radunavansi in comizj tributi. Forse il patrizio aggregato alla tribù conservava l’antica influenza, ed egli solo veniva eletto alle magistrature come pratico; ma intanto trovavasi accomunato col plebeo in divisioni territoriali, dove nulla più contava l’origine.

COMIZJ CENTURIATI

Acciò poi che tutti concorressero agli ordinamenti fatti pel comun bene, Servio distribuì patrizj, clienti e plebei di città e di campagna in centurie, le quali, a proporzione del censo denunciato con giuramento, partecipassero al suffragio ne’ comizj centuriati. Pertanto, conservate le sei centurie de’ cavalieri, ne formò dodici altre di plebei, abbastanza facoltosi per potere in guerra equipaggiarsi a proprie spese: la residua plebe fu distinta in cinque classi, e sistemata essa pure in centurie. Organamento fondamentale, che veniva a fondere le famiglie patrizie col Comune plebeo, per assicurare di quest’ultimo la libertà e i diritti, senza però togliere il governo ai patrizj. Aveasi a votare? il cliente non era più contato come una voce sola col suo patrono, ma si univa alla propria centuria; cittadino della piazza anch’egli, non più uomo dell’atrio[174].

GOVERNO ARISTOCRATICO

Vennero così censettanta centurie di plebei, dodici di cavalieri plebei, sei di cavalieri patrizj. Le centurie si suddividevano in giovani dai diciassette ai quarantacinque anni, formanti l’esercito mobile; e seniori dai quarantasei ai sessanta, esercito di riserva pel caso di estremi pericoli. Da questa sistemazione militare risultavano dunque quaranta centurie di giovani della prima classe, trenta delle quali formavano la divisione detta dei Principi o Classici, perchè, essendo ricchi, poteano provvedersi di belle e robuste armi; e dieci quella de’ Triarj: altrettante centurie di Seniori. La seconda, la terza e la quarta classe ne davano dieci ciascuna per gli Astati, dieci pei triarj; la quinta ne somministrava trenta di Accensi, dall’armatura leggera, schierate in battaglioni di tre di fronte e dieci d’altezza. Siffattamente restava costituita la legione di quattromila cinquecento uomini, divisi in cinque coorti da trenta centurie ciascuna, ed ogni centuria da trenta uomini: nelle prime due coorti i principi e gli astati, detti antesignani perchè messi davanti alla bandiera; poi i triarj e gli accensi. Adunque chi più possedeva godea maggior dose di diritti civili, ma sopportava pesi maggiori, vuoi nel tributo, vuoi nell’esercito.

Pei comizj si raccoglievano nel campo di Marte le centurie, ciascuna sotto al proprio centurione o capitano; udivano dal senato proporsi le elezioni o le leggi; ed esse le poteano approvare o respingere, ma nè proporre nè discutere. Qualora approvassero, faceva ancora mestieri del consenso delle curie. Donde siete chiari che il predominio restava ai patrizj, giacchè nel senato possedeano la maggioranza de’ voti, e ne’ comizj curiati poteano disdire quel che fosse stabilito nei centuriati, soverchiando i plebei mediante la loro concordia. Soli in pieno possesso del diritto divino ed umano, essi garantivano per sè soli la libertà personale e la legalità del possedere: e poichè ne’ servigi si valeano degli schiavi, rimaneva intercettata a’ plebei la via d’acquistar ricchezze e importanza mediante l’industria.

Forse però de’ plebei si valsero i patrizj per infrangere la monarchia sacerdotale[175]: ma colla cacciata di Tarquinio il Superbo (trama de’ patrizj e insurrezione contro un capo, in tutt’altro senso che di libertà popolare) ai plebei più non restò veruno schermo contro l’arbitrio de’ forti; esclusi dal senato, non protetti più dal sacerdozio nè elevati dai re; e tutti i diritti concessi al primo tempo consolare, compresa la provocazione di Valerio Publicola, o vogliam dire l’appello al popolo, riduconsi, chi ben veda, a privilegio de’ patrizj. Quella aggregazione di genti d’ogni stirpe che a man salva erasi effettuata sotto i re, si trovò limitata dalla gelosia aristocratica, risoluta a mantenere la città in istato mediocre, e ridurre la plebe alla condizione dei clienti etruschi, per uscir dalla quale dovette lottare due secoli. Attaccatasi dunque a conservare i confini sia dei possessi, sia degli ordini, l’aristocrazia si munisce con riti, con auspizj, con formole d’una impreteribile precisione: e poichè la plebe non conosce quelle parole legali, quei riti che sono indispensabili a far sacri i contratti, non può avere legittimità di connubj, di famiglia, di possedimenti. A soli aristocratici spetta il diritto della lancia (jus quiritium); soli essi possedono il territorio legale, scompartito colle sacre contemplazioni e determinato dalle tombe, fuor del cui limite la proprietà sussiste, ma non conferisce diritti civili, giacchè il cittadino vero è quel solo che possiede entro i limiti cerimoniali.