Eppure la religione cessò di essere soltanto negozio sacerdotale, ed è divenuta politica: senza bisogno di sacerdoti, il patrizio stesso esercita i riti privati; se maledice uno (sacer esto), morrà; ai sacerdoti etruschi, confinati nel tempio senza attribuzioni governative, si volge egli per consulti, ma all’uopo sa contraddirli, ed anche castigati d’impostura[176].

La famiglia costituisce un legame politico e religioso di tale severità, quale fra nessun altro popolo si trova[177]. Il padre solo è indipendente (sui juris), e despoto sui famigliari; può vendere, battere, uccidere gli schiavi, i famuli, i figliuoli; la donna si rende infedele? o bee vino? e’ può ucciderla; può non raccogliere il fanciullo nato mostruoso, cioè abbandonarlo a morire; ogni altro figlio può vendere fin tre volte; può strapparlo giù dalla sedia curule, dalla tribuna, dal carro trionfale, e giudicarlo nella propria casa; l’emancipazione è castigo, giacchè il figlio non eredita se non in quanto è suo del padre. Che non potrà un tal padre sopra le parentele, i clienti, i coloni cui distribuisce le sue terre a lavorare? Tutti questi nella città non hanno nè rappresentanza nè ragioni, essendo manchevoli del diritto augurale, senza cui verun altro se ne dà: rappresentanza e nome non ha se non il capocasa, il cui diritto imprescrittibile si estende sulla terra, sui beni, sull’eredità del nemico, sopra del quale possiede autorità eterna (adversus hostem æterna auctoritas esto). Contro lui nessun’azione è data ai dipendenti, nè egli può essere punito: misfece? la curia, cioè i suoi pari dichiarano soltanto che ha operato male (improbe factum).

In siffatta posizione di cose, i patrizj scrupoleggeranno la parola della legge anzichè lo spirito, il senso materiale della voce anzichè il vero[178]; osserveranno gelosi il giuramento; faranno camminare le leggi per fatti, anche dove riescono dure e spietate, come usa fin ad oggi la ragione di Stato, che considera la salute pubblica per legge suprema.

AMPLIAZIONE PLEBEA

Accanto a questi patrizj che rappresentano l’elemento orientale, l’unità, l’esclusione, la nazionale individualità, i plebei rappresentano il genio europeo, l’ampliazione, il progresso, l’aggregamento; e il contrasto delle due forze, l’una conservatrice, l’altra progressiva, forma il carattere e la gloria di Roma.

Per plebe non s’intenda quella ciurma delle grandi città odierne, volubile stromento de’ demagoghi, che soffre i più gravi torti senza tampoco avvedersene, poi a volte s’irrita per un nulla, e grida «Viva la mia morte, e muoja la mia vita »; terribile nel giorno della insurrezione, ben tosto baloccata dagli scaltri, che non solo le fraudano le domande, ma ne profittano per serrarle il morso. Qui la plebe era un popolo dove entravano famiglie ricche, persone assennate, e al quale s’aggregavano anche antichi patrizj, come i Virginj, i Genuzj, i Menj, i Melj, gli Oppj, gli Ottavj. La lotta dunque non era fuor di proporzioni; la ragione potea contendere colla legalità: senza il patriziato Roma avrebbe perduta l’originalità, senza la plebe non avrebbe acquistato il mondo.

CENSO

Il territorio di Roma stendeasi appena otto chilometri fuori della città, fra Crustumeria ed Ostia, talchè i consoli, quando cacciarono i Latini, imposero non s’accostassero a più di cinque miglia da Roma; e fin al tempo di Strabone additavasi a tale distanza un luogo detto Festi, antico limite del territorio. Si estese poi, ma per lunga pezza non oltrepassò Tivoli, Gabio, Lanuvio, Tusculo, Ardea, Ostia verso i Latini; verso i Sabini, Fidene e Collazia. Su questo spazio i Romani ci appajono piuttosto un campo che un popolo, disposti militarmente. La prima numerazione sotto Romolo dava tremila uomini e trecento cavalieri; quella al fine del suo regno, quarantaseimila dei primi e circa mille degli altri. Quando il numero de’ cittadini era il fondamento de’ suffragi, importava conoscere lo stato civile: e dai primordj, o, come si dice, da Servio fu istituito che ad ogni nascita si deponesse una moneta nel tempio di Giunone Lucina, ad ogni morte una in quel di Libitina, una in quel della dea Gioventa ad ogni giovane che prendesse la toga virile. Nell’età dei consoli, da seicentomila abitanti, oltre gli schiavi, dimoravano sul piccolo territorio[179], ed a ciascuno erano stati assegnati da Romolo due jugeri[180], che dopo la repubblica crebbero a sette.

Senz’altro mezzo di guadagno che i campi e il bottinare, trovavansi cinti da nemici, che nelle frequenti guerre ne saccheggiavano la capanna e il terreno. In tali guasti il plebeo, che non potea colle arti sordide procacciarsi il sostentamento della famiglia, contraeva debiti col patrizio, promettendo spegnerli la prima volta che fosse condotto in corsa sul territorio nemico. Se l’occasione non nascesse o non bastasse, egli era ridotto a ipotecare il camperello, sul quale il patrizio gli prestava sino al dodici per cento.

AVIDITÀ PATRIZIA