[CAPITOLO VIII.]
Politica esterna. I Galli. Il Lazio e l’Etruria soggiogati. Fine dell’età eroica.
Questi progressi interni si maturavano in mezzo a non interrotte guerre, colle quali Roma, più per sicurezza propria che per anelito d’invasione, cercava sottomettersi tutta Italia.
Le popolazioni di questa si erano alterate pel contatto delle colonie elleniche, e per le relazioni colla Grecia e coll’Asia Minore. Tarquinio Superbo avea voluto rendere gagliardi gli Etruschi, e non v’essendo riuscito, passò a rinforzar Roma, contro della quale poi, come una madre contro la figlia, si armò Porsena. Di qui l’avversione di Roma per gli Etruschi, a danno de’ quali procacciavasi alleati.
VICINI SOGGIOGATI. I FABJ
Il Lazio allora stava partito fra due leghe; Volsci ed Equi nell’una, Latini ed Ernici nell’altra.493 I Romani patteggiano colle città del Lazio, e—Finchè il cielo e la terra durino, ci ajuteremo a vicenda, divideremo a pari le spoglie de’ nemici; le liti private si definiranno nel termine di dieci giorni, e dai giudici del luogo ove il contratto si fece»[189]. In prima dieci, poi trenta, poi quarantasette città spedirono deputati alla fontana di Ferentino per trattare de’ comuni interessi; poscia il congresso detto Feriæ latinæ si tenne sull’Aventino e sul Campidoglio. Il diritto de’ Latini (jus Latii) conferiva quello di matrimonio (connubium) fra i due popoli, in modo che i figli seguissero la condizione del padre; e quello di commercio, che dava la vindicazione, la cessione in giudizio, la mancipazione e il nesso.
VICINI SOGGIOGATI. CINCINNATO
I federati osteggiarono la lega nemica: e sebbene gli storici raccontino quasi solo vittorie dei Romani, lasciano trapelare sconfitte. La famiglia de’ Fabj, composta di trecentosei membri e con quattromila clienti, assume da sè la guerra con Vejo;477 e bastano a sostenerla per due anni, finchè côlti alla sprovvista, sono tutti uccisi presso il fiume Crémera. Più tardi Appio Erdonio sabino con cinquemila uomini occupa perfino il Campidoglio, avendo i tribuni impedito al popolo di prender le armi. Equi e Volsci dall’Albano e dall’Algido calavano ogni tratto su Roma devastando e incendiando, poi ricoveravano fra i patrj monti; sicchè non era possibile coglierli, nè assalirne la capitale, e si dovette una ad una distruggere le loro fortezze. Minucio console lasciatosi pigliare in mezzo dagli Equi, era inevitabilmente perduto; ma Roma affidò la dittatura a Quinzio Cincinnato,458 cittadino di gran prosapia e di modestissimo vivere, che si tolse dal coltivare il suo camperello per vincere, e menato trionfo, ritornò all’aratro.
Due secoli consumarono i Romani in tali piccole conquiste contro la lega nemica, con una calcolata lentezza, un coraggio indomito da disastri, una instancabile attività, che anche nella pace teneva il pugno sull’elsa, spiando ogni avvenimento opportuno. Nè noi sulle guerre sogliamo indugiarci; nè il lettore correbbe diletto od istruzione dalle vicende di Tarento regno di Palante, di Tusculo regno di Telagone, del superbo Tiburi, sede dei Siculi poi de’ coloni Argei e reggia di Tiburno discendente da Anfiarao: cittaduccie da nulla, che pur lungamente bilanciaronsi con Roma, e diedero esercizio alla grandiloquenza di Tito Livio.