I disegni di Roma erano agevolati dalla sconcordia di que’ popoletti, la cui storia somiglia a quella delle nostre repubbliche del medioevo. Ardea ed Aricia, disputandosi il possesso d’un terreno, si rimettono all’arbitrato del popolo romano. Questo, raccolto per tribù, dà ascolto alle discussioni; quando Publio Scepzio, che avea compito ottantatre anni e fatto venti campagne, chiede la parola, e rammenta come il terreno disputato appartenesse a Corioli, vinta la quale dai Romani, non da altri che da Romani esso doveva possedersi. Fu dunque aggregato al dominio pubblico: ma gli Ardeati si sollevarono; i patrizj stessi, mal soffrendo che il popolo prendesse sempre maggior parte ne’ pubblici maneggi, disapprovarono il plebiscito, ma non aveano potere di cassarlo, e gli Ardeati dovettero chinar il capo e accettare di nuovo l’alleanza.

VICINI SOGGIOGATI. ARDEA

442Eccoli ben tosto a nuovi cozzi. Due giovani aspiravano ad una popolana bellissima: uno plebeo, favorito dai tutori di essa; l’altro nobile, e protetto da’ pari suoi e dalla madre, ambiziosa del vistoso collocamento. La discordia dalla famiglia si propaga alla città; i giudici sentenziano per la madre; i tutori appellano al popolo, e da una banda d’affidati fanno rapir la fanciulla; un’altra banda di nobili, guidata dall’innamorato, vi si oppone: sono alle mani e al sangue; la plebe respinta di città, getta ferro e fuoco sulle terre de’ nobili, ingrossata da una moltitudine di artieri, e s’accinge ad assediar la città. Estendendo l’ira privata, i popolani cercano ajuto ai Volsci, i nobili ai Romani. Questi vi vedono l’opportunità di riparare il torto fatto ad Ardea, e il console Geganio accorse a cacciare i Volsci che già la stringevano, e presili in mezzo, li fa passare sotto al giogo: poi nella ritirata assaliti dai Tusculani, periscono fin ad uno: e la pace è rimessa in Ardea mediante il supplizio de’ capipopolo[190].

VEJO

Nel tempo medesimo sulla sinistra del Tevere continuavano i Romani a dar di colpo all’aristocrazia etrusca, conquistarono le sacre città di Fidene425 e Tarquinia, assediarono Vejo. Dieci anni durò l’assedio; e poichè si dovette svernare sotto le armi, per la prima volta i Romani assegnarono un soldo ai combattenti, i quali così trovandosi mantenuti e stipendiati, non ebbero fretta di tornar a coltivare i loro poderi, e rimasero a disposizione de’ capi, che poterono assumere anche lunghe imprese.

CAMILLO

Era scritto arcanamente ne’ libri fatidici dell’Etruria, che gli Dei non abbandonerebbero le mura di Vejo, sino a tanto che il lago Albano non fosse rasciutto, versandone l’acque al mare. Ai Romani non parve ineffettibile l’impresa, e compirono quell’ammirato emissario di sei miglia, cavato nella lava. Infine Furio Camillo, nominato dittatore, propiziati gli Dei e procuratosi federati,385 per una mina penetrò in Vejo, le cui immense ricchezze furono predate, venduti schiavi i cittadini, portata a Roma la dea Giunone, ch’essa medesima, interrogata se fosse contenta, avea risposto due volte sì; un vaso dell’enorme valore di otto talenti fu spedito ad Apollo in Delfo; e le terre de’ Vejenti, malgrado l’opposizione de’ patrizj, furono divise a sette jugeri per ciascun plebeo. Non tardarono a cadere e Capena e Falera e Sutrio e Vulsinia; e Roma pareva a un punto di soggiogare tutta l’Etruria quando le sopravvenne un nuovo flagello, i Galli.

Già vedemmo (pag. 44) come una numerosa tribù di questi invase antichissimamente l’Italia col nome di Amhra, vinse i Siculi,1304? e rimase signora della val di Po, donde spinse le conquiste fino al Tevere, che colla Nar e col Tronto fece confine al vasto dominio di essa. Lo divise in tre regioni: Is-Umbria attorno al Po; Oll-Umbria pendìo occidentale dell’Appennino; Vill-Umbria, la costa del mar inferiore fra il Tevere e l’Arno. Fin trecencinquantotto borgate contavano le due prime: ma gli Etruschi s’introdussero nella Vill-Umbria, spossessando i Galli, non però sterminandoli; e guerreggiando l’Is-Umbria, pezzo a pezzo la conquistarono, piantandovi dodici colonie. Degl’Isombri parte tornò nella Gallia di là dall’Alpi, parte si ridusse nelle valli Alpine, alcuni resistettero nel paese fra il Ticino e l’Adda. Gli Oll-Umbri rimasero anch’essi soggiogati; e ridotti al cantone che da loro si chiamò l’Umbria, presero costumanze e favella al modo de’ vicini.

I GALLI

Di là dell’Alpi intanto, sull’immenso spazio da’ Pirenei al Reno le varie tribù de’ Cimri, parte de’ quali erano i Galli, diverse per coltura e per indole quantunque d’origine comune, s’agitavano e combattevano. Molti Galli furono cacciati dalle loro stanze, e una turba con Sigoveso590? si drizzò alla selva Ercinia e piantossi nelle alpi Illiriche; un’altra di Biturigi, Edui, Arverni, Ambarri, col biturige Belloveso piegò all’Italia. Pel Monginevro sbucata sulle terre dei Liguri Taurini fra il Po e la Dora, drizzossi verso la nuova Etruria posta sul Po;587 e quivi riconosciuti gli avanzi della prima migrazione, come lieto augurio adottò il nome d’Isombri o Insubri, da quella conservato.