I Galli, ridottisi nella parte superiore dell’Italia che per loro fu detta Gallia Cisalpina, mai non requiarono dal molestare i Romani; ai quali del sofferto disastro rimase tale apprensione, che un tesoro a posta conservavano per l’eventualità di guerre contro di essi (tumultus), nelle quali nessun cittadino era dispensato dal prender le armi, sospendevansi gli affari, un dittatore veniva eletto con pien potere per salvare la repubblica. E quella guerra migliorò la loro tattica: all’elmetto di rame surrogarono uno di ferro battuto, a prova delle lunghe spade galliche; di ferro orlarono gli scudi; alle deboli e lunghe chiaverine sostituirono il pilum, perfezionamento del gais gallico, atto e a parare la sciabola nemica, e a colpire da presso e da lontano.

CERE AGGREGATA

Per riconoscenza verso la pelasga città di Cere che avea dato ricovero agli Dei, i Romani le concessero la cittadinanza, come anche a’ Vejenti, Carpenati, Falisci. Nuova estensione davano essi con ciò alla loro politica d’ingrandire per mezzo dell’assimilamento; e se prima aveano trasferito i vinti in città, ora recavano la città di fuori, creando cittadini romani fuor del proprio territorio, con diritti più o meno larghi.

VOLSCI VINTI

Profittando delle sue sventure, molti popoli si erano rivoltati contro Roma, e massime l’Etruria: ma il valore di Camillo assicurò la vittoria sui Volsci e sugli Etruschi, nel mentre stesso che rappaciava le sempre rinascenti gare interne fra patrizj e plebei, aggravate dall’ingrossarsi dei debiti nelle trascorse vicende. Anche le correrie dei Galli infiacchivano i nemici di Roma, e facilitavano a questa il vincerli. Di fatto, dopo lunghe brighe, Ernici e Volsci furono domati: i Romani, che ai vinti non sempre negarono lode, narrarono che un Volsco di Priverno, interrogato qual pena gli sembrassero meritare i suoi cittadini,—Quella (rispose) che meritano uomini, i quali si credono degni della libertà». E soggiuntogli,—Se non vi si concede perdono, in qual modo vi comporterete?» replicò,—Nel modo che vi comporterete voi: se le condizioni saranno discrete, ci manterremo sempre fedeli; poco, se aspre».

I SANNITI

Terribili a Roma rimanevano i Sanniti, gente mista di Sabini ed Ausonj. Giunti al colmo di loro potenza, superavano allora Roma in popolazione e territorio, allargandosi dal mar Inferiore al Superiore, dal Liri alle montagne Lucane e ai piani dell’Apulia, sui due pioventi della giogaja centrale dell’Appennino, nelle vallate del Vulturno, del Tamaro, del Calore verso il Tirreno, e del Saro, del Tiferno, del Trinio, del Frentone verso l’Adriatico, ne’ paesi insomma che oggi diciamo Principato Ulteriore, Abruzzo Citeriore, Terra di Lavoro. Buone loro città erano Boviano a piè del Matese con mura pelasgiche, Esernia sull’altra proda di questo monte, Alifa nella valle del Vulturno, Caudio fra questa e Napoli, Eclapoli presso le mufete del lago d’Ampsaruto, Telesia sul Calore, Alfidena nella val del Sangro, Consa presso una sorgente dell’Ofanto, Ortona, Malevento. Non formavano uno Stato unico, ma molti Comuni, avendo a capo un induperatore; troppo lassamente collegati dal reciproco municipio, spesso emuli, volta a volta nemici. Fra le gole dell’Appennino pascolavano gli armenti nel cuor dell’estate; e sobrj, indomiti, difesi da valloni e torrenti, erano spaventevoli ai pianigiani.

CAPUA

Alle loro correrie si opponevano le città greche ed etrusche; ma essi travalicandole invasero la420 Vulturnia, cui applicarono il nome di Campania cioè pianura (καμπος), e i titoli di felice e di terra di lavoro per la sua opportunità all’agricoltura. La deliziosa Capua, dagli Etruschi ammolliti passata a mano di questi bellicosi, acquistò fama guerresca; e la sua nobiltà somministrò cavalieri non meno reputati che i pedoni del Lazio, i quali, col nome di Mamertini cioè soldati di Marte, si mettevano a soldo de’ tiranni di Sicilia e perfino de’ Greci; emulò Roma, e potè aspirare alla signoria o alla capitananza di tutta Italia. Eppure dentro era propensa all’arti del lusso, tanto che la via Seplasia era tutta a botteghe di profumi; mentre i vasi che vi si scoprono, attestano quanto portasse innanzi la ceramica e la plastica: inventò le burlette, di cui rimangono ricordo le Favole atellane e la maschera dello Zanni e del Macco o Pulcinella.

CAMPANIA E LAZIO SOGGIOGATI