I Campani non s’indussero mai ad amare i montani loro dominatori; nè i Sanniti conobbero l’arte romana di fondere in un popolo conquistatori e conquistati, patrizj e plebei. Guardavansi dunque con iraconda diffidenza; e i Campani, ridotti alla dura necessità di dover servire a nemici o ad amici,343 chiesero ajuto da Roma che, in aspetto d’alleata, ma già ingordamente sperando dall’armata intervenzione, allora primamente sbucata dal tristo Lazio, conobbe quella bellissima regione, le delizie meridionali, e l’eleganza e sensualità greca. L’esercito ne prese tale incanto, che chiese di trasferire colà la patria, trovando poco giusto che essi vincitori stentassero in Roma, mentre i vinti godeano pacificamente di sì ubertosa contrada: disdettagli la domanda, si ritorse ostilmente contro Roma, la levò a rumore, e gridò:—Vogliamo siano abolite le usure; vogliamo si scelga un console plebeo». Le armi imponeano dunque già la legge alla patria.
MANLIO TORQUATO. DECIO
Di quest’agitazione si risentì tutto il Lazio, che, stanco di vincere a solo pro de’ Romani,342 scosse la soggezione, s’alleò co’ prischi abitanti de’ paesi ridotti a colonia romana, e coi Campani e Sidicini, per ricacciare quei montanari nel Sannio, e mozzare il crescente orgoglio di Roma; anzi i Latini proposero a questi:—Volete che soffriamo Roma divenga la capitale del Lazio? uno dei vostri consoli e metà de’ senatori siano di nostra gente». I Romani, che non cedevano mai a minacce, non isdegnarono l’alleanza di barbari montanari, e trassero i poveri Marsi e Peligni contro ai pingui Campani, sicchè al Vesuvio si trovarono fronte a fronte tutti i popoli dell’Italia centrale. Guerra feroce come le fraterne, segnata da ricordi della severità de’ patrizj conservatori, e dagli avanzi delle truci religioni pelasghe. In tanta somiglianza di popoli importava sovrattutto la disciplina; laonde Manlio Torquato condannò a morte suo figlio perchè aveva osato combattere contro gli ordini.340 Decio si consacrò agli Dei infernali onde placarli alla patria, e proferite le formole spaventose, s’avventò contro le armi nemiche, quasi offrendo se stesso vittima espiatoria per tutti i Romani. In fatto i nemici rimasero interamente sconfitti.
I Romani punirono dell’insurrezione i Latini ed i Campani collo spegnerne l’autonomia, vietarne le assemblee, traslocarne gli abitanti, sostituendovi coloni, e dando a ciascuna città patti diversi, a misura dei comporti. Con ventiquattro trionfi ebbe soggettato i Volsci, distruggendo l’artifiziosa fertilità di quel paese, ove le rovine di tante città, sparse fra insanabili paludi, attestano fin ad oggi la floridezza del popolo perito e la ferocia del vincitore. Ferocia dovuta ai patrizj, tenaci dell’eroica severità, per quanto la plebe, memore dell’origine italica, insinuasse più miti consigli.
FORCHE CAUDINE
Allora Roma, mutati i mezzi non l’intento, arma i pianigiani Latini, Campani, Apuli contro i montani Sanniti, Lucani, Vestini, Equi, Marsi, Frentani, Peligni, che già l’aveano ajutata a vincere la pianura. Lunghi327 anni s’avvicenda la fortuna, finchè Papirio Cursore manda a sbaraglio i Sanniti. Questi chiedono capitolare, e ricusati, col furore della disperazione e col vantaggio delle posizioni chiudono l’esercito romano nell’angusta valle che fu poi nominata le Forche Caudine.321 Erennio, vecchio sannita, consigliava,—Via i partiti medj: o scanniamo tutti i Romani combattenti, o rimandiamoli senza infamia». Ponzio suo figlio, generale e filosofo, ascoltando più all’umanità che alla politica, risparmia i vinti, purchè lascino armi e bagaglio, e passino sotto una croce, giurando di non più militare. Roma ne fu in lutto: ma il senato interpretò che quel giuramento non teneva perchè gli erano mancati gli auspicj, e con una di quelle sottigliezze de’ tempi eroici, per cui, tenendosi stretti alla parola, si mutava il giusto in ingiusto, furono espulsi Postumio e Veturio consoli che personalmente aveano giurato, proferendo che non si avesser più a considerare per cittadini. Costoro, in aspetto di esuli, ottennero generosa ospitalità dai Sanniti: ma secondo il concerto preso svillaneggiarono il feciale che i Romani spedivano per patteggiare la pace: e Roma da quest’oltraggio contro la sacra persona dell’ambasciatore tolse pretesto a rompere il patto e ripigliare la guerra[196]. La vittoria dà ragione ai Romani spergiuri. Ponzio, tanto venerato fra i suoi che neppure dopo l’improvvida clemenza gli avevano levato il comando degli eserciti, fu vinto e condotto a Roma; ed egli, che avea risparmiato di mandare per le spade l’esercito a Caudio, egli che aveva impedito si maltrattassero i consoli di Roma rejetti e spergiuri, fu vilmente e legalmente trucidato.
318In una tregua bienne i Romani rimisero il freno alle colonie, scannando i rivoltosi al cospetto del popolo in memorabile esempio, perchè era di suprema importanza che i coloni si trovassero sicuri.
Assodati gli stabilimenti loro nella terra Campana, ebbero cinto d’una rete i Sanniti,316 che non trovandosi pari ai cresciuti conquistatori, invocarono soccorsi dalla Confederazione etrusca. Questa dai Sanniti e dai Galli era stata ristretta entro gli originarj confini: dentro però sovrabbondava di popolazione, raffittita anche per coloro che v’erano migrati dall’Etruria settentrionale; e l’agricoltura e l’industria produceano inesauste ricchezze. Interruppe i traffici312 e le arti per ajutare gli antichi nemici suoi contro i nuovi, ben più pericolosi che non i Liguri e i Galli. Ma a capo dei Romani stavano Curio Dentato, che dicea non voler possedere oro, ma comandare a chi l’aveva; Papirio Cursore, l’Achille romano; Decio, che, ad imitazione del padre, si consacrò agli Dei infernali; e principalmente Quinto Fabio, che diceasi aver ucciso o fatti prigioni cinquantamila uomini, e che fu cognominato Massimo dai patrizj perchè relegò nelle quattro tribù cittadine la ciurma che Appio Claudio avea sparpagliata in tutte.
L’ETRURIA VINTA
Le tre città più bellicose d’Etruria, Perugia, Arezzo, Cortona, chiesero tregua per trent’anni: le altre, benchè rese inermi, benchè ne’ comuni parlamenti a Voltunna non sapessero mettersi d’accordo, pure spiegarono tale forza che basta a testimoniar quanto vigorosa fosse in origine quella confederazione. Rinnovarono il patto sacro, costume lor nazionale, per cui ognuno sceglievasi un camerata, vegliando un sull’altro, e reputando indelebile infamia l’abbandonarsi. Vinti, si rannodarono sulla montagna di Viterbo nella foresta Ciminia, «orrenda e impervia più che le selve di Germania e di Scozia». Sconfitte e vittorie avvicendarono, finchè con sommo valore combattendo al lago Vadimone, toccarono una piena rotta, dalla quale non si riebbero310 più, per quanto protestassero con nuove guerre e sommosse. Perduta l’indipendenza etrusca, l’aristocrazia s’amicò ai vincitori; gli aruspici si fecero strumento della romana grandezza; nell’interno si mantennero i governi municipali, si continuò a coltivare le arti, fare e dipinger vasi, fondere bronzi, avventurarsi sul mare: ma alla fine i proprietarj vidersi ridotti in fittajuoli e le città sovrane a servitù, mascherata col titolo di Socj Latini.