ULTIMI SFORZI DEI SANNITI
Domata la più poderosa gente della penisola, se ne concentravano la gloria e la potenza nella fortunata Roma, la quale nelle guerre già si trovava preceduta da quel che tanto giova alla vittoria, un nome formidabile. 296Per contrastarla i Sanniti avevano messo in piedi due eserciti di ricche armi, e li perdettero: allora vedendosi abbandonati dai Campani, dagli Equi, dagli Ernici soggiogati, e recinti da colonie romane, i Sanniti osano un colpo arditissimo, e abbandonando al furor nemico la patria, scendono fra gli Etruschi per concitarli a nuova sollevazione, e con essi, con gli Umbri, con orde stipendiate di Galli nuovamente venuti di qua dell’Alpi, compongono una tremenda lega, sentendo omai tutti come la causa de’ Sanniti fosse quella dell’indipendenza italiana.295 Però a Sentino dal valore calcolato di Fabio e Decio restano sconfitti: gli Etruschi ottengono pace, non i Sanniti, il cui paese viene abbandonato alla devastazione soldatesca.
Per difendere l’ultimo resto dell’italica libertà, i Sanniti ricorrono agli Dei patrj. Adunati a generale rassegna ad Aquilonia, recinsero di tele uno spazio di venti piedi quadrati; e sacrificate vittime, introducevano un dietro l’altro i prodi appo un altare a proferire orribili imprecazioni sopra sè ed i suoi, se fuggissero o non uccidessero i fuggiaschi; guerrieri disposti attorno all’altare colla spada sguainata scannavano chi esitasse. In tal modo si coscrisse un esercito di trentamila trecenquaranta uomini; e tennero il giuramento, poichè ad Aquilonia tutti perirono[197]. 293 Ai Romani era sempre riuscita difficilissima la guerra di montagna, onde questa era durata cinquant’anni; imparatala, vinsero implacabilmente, il paese mandarono a sperpero, distrutte Aquilonia, Cominio ed altre città: i pochi rimasti ripararono fra gli Appennini; e l’anno seguente scopertine duemila in una grotta, i Romani ve li soffocarono col fuoco. Due milioni e mezzo di libbre di rame in verghe, ricavato dal vendere i prigionieri, furono portate in trionfo con duemila ducensessanta marchi d’argento provenuti dal saccheggio: delle armi tolte una porzione fu lasciata come trofeo agli alleati ed alle colonie; delle restanti si fece una statua di Giove in Campidoglio, sì gigantesca che vedeasi fin dal monte Albano.
FINE DELL’ETÀ EROICA
A questo punto si chiude l’età eroica di Roma, che Tito Livio dichiara «più d’ogni altra ferace di virtù». Ma quali virtù! Bruto condanna a morte senza le solite formalità due suoi figliuoli, ed assiste al loro supplizio: Lucrezia si uccide per colpa non sua: Scevola punisce la mano d’aver fallito in un assassinio, e quell’assassinio approvasi dall’intero senato: per superstizione Curzio si precipita in una voragine, come i Decj sulle spade nemiche: un tribuno fa bruciar vivi i nove colleghi che impedivano di surrogare i magistrati[198]: il severissimo Cincinnato contamina la sua vecchiaja con un legale assassinio; i giuramenti sono violati per pubblica autorità e per turpi sofismi: Fabio Gargete, edile curule, fabbrica un tempio a Venere colle ammende imposte a dame romane per violata fede coniugale e pubblica disonestà: in tempo d’epidemia[199] censessanta donne accusate d’avere avvelenato i loro mariti, avvelenano se stesse; supplizio iniquo, come era superstizioso rimedio lo scegliere in tali sventure un dittatore, che conficcasse il chiodo sacro nel tempio. Virtù di tempi eroici, tutto egoismo di persone, di classe, nulla profittevoli al grosso del popolo, che in continue guerre veniva angariato ed ucciso, smunto colle usure, battuto a verghe, chiuso in ergastoli privati; surrogando all’interesse pubblico la tirannide di pochi, chiamavasi ribelle chi a vantaggio del vulgo alzasse la voce; petulante vulgo, che ardiva domandare d’esser considerato uomo e cittadino.
LIBRO SECONDO